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Una comunità intera scesa in piazza per fare scudo attorno alla memoria di un ragazzo strappato alla vita troppo presto, con un messaggio perentorio rivolto alle aule di tribunale: «Giustizia e non sconti di pena». Il piccolo comune nebroideo si è unito in una commossa e determinata manifestazione pubblica in ricordo di Giuseppe Di Dio, il sedicenne ucciso per errore lo scorso 1° novembre davanti a un bar del paese.

Amici, familiari, associazioni locali e rappresentanti delle istituzioni hanno sfilato fianco a fianco, rompendo il silenzio dei mesi successivi alla tragedia. La richiesta emersa dal corteo è univoca: i responsabili del delitto devono rispondere pienamente e senza attenuanti delle proprie azioni di fronte alla legge. Il dolore dei genitori e dei compagni di scuola del giovane si è trasformato in una richiesta formale di fermezza giuridica, mentre la cittadinanza ha voluto ribadire il proprio netto rifiuto verso ogni forma di violenza che possa intaccare la serenità del territorio.

La manifestazione di Capizzi arriva in un momento cruciale del percorso giudiziario. Vi è infatti forte attesa per la decisione del Giudice per le udienze preliminari (Gup) in merito alla richiesta di rito abbreviato avanzata dai legali dei presunti responsabili. Questa scelta processuale, che prevede per legge una riduzione di un terzo della pena in caso di condanna, è proprio il fulcro della protesta dei cittadini, che invocano l’applicazione delle massime sanzioni previste dal codice penale.La dinamica del tragico agguatoLa tragedia risale alla notte del 1° novembre 2025. Giuseppe Di Dio si trovava all’esterno di un locale pubblico quando è rimasto vittima di una sparatoria.

Secondo le ricostruzioni degli inquirenti e l’immediata attività investigativa dei Carabinieri, il sedicenne sarebbe stato ucciso “per caso”: il reale obiettivo dei killer era infatti un’altra persona. Per l’omicidio erano state subito fermate tre persone appartenenti allo stesso nucleo familiare (un uomo di 48 anni e i suoi due figli di 18 e 20 anni). Gli elementi raccolti indicano che a fare fuoco sia stato il ventenne, mentre il padre e il fratello minore avrebbero garantito il supporto logistico e l’accompagnamento sul luogo del delitto.

La comunità di Capizzi attende adesso che la giustizia faccia il suo corso, decisa a non spegnere i riflettori sulla vicenda fino a quando non sarà emessa una sentenza definitiva e proporzionata alla gravità della perdita subita.

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