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Abbiamo pubblicato nelle settimane scorse la I e la II Parte della copiosa opera omnia ricevuta dal Prof. Carmelo Aliberti sulla figura del grande Andrea Camilleri. Dopo i cenni generali sulla biografia e sulle opere continuiamo ad addentrandoci nelle singole opere. Buona lettura.

LA CONCESSIONE DEL TELEFONO.

La ricognizione storica è implacabile e ne La concessione del telefono (1998); la vicenda si colloca agli inizi dell’ultimo decennio del XIX secolo, tra il 12 giugno 1891 e il 20 agosto 1892, in un periodo, cioè, precedente a quello in cui sono individuate le complicità tra diversi poteri dei gialli investigativi di Sciascia de Il giorno della civetta e di A ciascuno il suo che siglarono la novità trionfale dello scrittore di Racalmuto, come Maestro del nuovo romanzo d’inchiesta. La storia si svolge nella consueta Vigàta, dove le piaghe istituzionali della Sicilia post-unitaria appaiono ulteriormente aggravate per l’ottusità dei nuovi conquistatori-liberatori che, in realtà, non riescono a intercettare le nuove esigenze dell’isola. Il romanzo è scritto secondo i canoni classici, dove i personaggi principali si intrecciano con una fitta schiera di comparse, necessarie a rendere, pirandellianamente sempre più intricata la commedia degli equivoci.
Attraverso la funzione letteraria del “divertissement”, Camilleri in realtà, descrive i mali che continuano a gravare sulla Sicilia, dove agli antichi padroni si sono sostituiti i nuovi che, anziché soddisfare le promesse fatte e le più vitali aspirazioni dei siciliani, si pongono come prevenuti e sopraffattori antagonisti, agendo, non secondo criteri di realismo pragmatico, ma sulla scia di nocivi schemi di prevenzione ideologica e con l’utilizzazione di cristallizzati schemi burocratici. I rappresentanti del nuovo stato
unitario, venuti dal Nord, non intraprendono alcune iniziative di acculturazione o di sensibilizzazione per agevolare i rapporti tra le diverse entità sociali, (quella del Nord opulento e del Sud povero e scarsamente alfabetizzato) anzi scorgono nella nuova borghesia mercantile in ascesa i nuovi nemici tanto da rendere impossibile il soddisfacimento della concessione di una semplice linea telefonica a Filippo Genuardi, piccolo commerciante di legnami, genero di un ricco uomo d’affari. La mancata concessione spinge il Genuardi a cercare l’aiuto di Calogero Longhitano, pezzo da novanta della mafia vigatese e una serie di equivoci porteranno il Genuardi in situazioni pericolose, compresso tra Stato e mafia. In tale situazione si innesta la questione passionale, per cui il Genuardi stringe una relazione con la moglie del suocero che uccide il genero e si suicida. Ad avvalorare la tesi, secondo cui il Genuardi era considerato un agitatore socialista, i rappresentanti delle istituzioni riescono a sostenere che questi è morto nell’esplosione dell’ordigno che stava costruendo da utilizzare in mortali operazioni sovversive. Il romanzo offre un quadro obiettivo di una Sicilia che continua a subire da una parte l’ignoranza di una burocrazia assente dalla realtà locale, dall’altra pubblici ufficiali e rappresentanti delle forze dell’ordine pronti a ogni illecita manipolazione della verità, per incapacità propria o per “aristocratica” prevenzione ideologica. L’incriminazione subdolamente
orchestrata, provoca l’allontanamento dei colpevoli in Sardegna, mentre gli onesti funzionari, come il delegato spinoso, sono destinati alla sconfitta. Filippo Genuardi uscirà assolto da ogni accusa, non grazie all’impegno delle forze dell’ordine, ma per volontà del potente uomo d’onore Don Lollò Longhitano che è il vero dominatore di Vigàta, volontà cui nessun abitante del luogo può sottrarsi, in quanto i suoi uomini controllano capillarmente il territorio, come i “bravi” manzoniani. Mafia, Stato, ma anche Filippo Genuardi e i tre quarti dei siciliani, come osserva amorosamente il funzionario Spinoso, sono senza possibilità di riscatto da un atavico codice di condanna ai sotterfugi e alla trasgressione. Sembrano riecheggiare in ciò alcune considerazioni dei personaggi di Sciascia, ma anche certi sofismi gattopardiani. Tuttavia, le riflessioni sui mali della Sicilia sembrano far trasparire un sottile pessimismo più generale. L’arroganza burocratico-amministrativa si coniuga con il delirio delle tirannidi mafiose che travestono di scetticismo la filigranata questione meridionale oltre che l’irredimibile condizione dell’uomo, prigioniero di una ragnatela di inganni e sortilegi della storia.

LA STAGIONE DELLA CACCIA.

In un libretto su una strage di stato a ridosso della rivoluzione siciliana del 1848, pubblicato qualche anno fa (monografia storica, ma scritta con la grazia e l’umorismo del narratore), Camilleri ripeteva
un’idea a lui evidentemente molto cara. Che i sicilani sono “tragediatori”, sono paghi cioe’ soltanto quando possono finalmente fondere insieme la vita e la scena, recitare, appunto sulla scena della vita, cio’ che succede loro veramente tornando in illusione a comandare sulla sorte e mutandola in sogno. Di questo teatro della
vita Camilleri mostra di amare soprattutto il lato commedia; e commedia – racconto della commedia che un paese siciliano di fine ottocento inscena vivendo una catena di morti e un amore cocciuto – e’ La stagione della caccia. Ma non commedia dell’arte, farsa di macchiette; al contrario, genere alto, in cui ciascuna delle parti in gioco e’ un personaggio scolpito – con un brio che da’ tenace divertimento – nell’atto in cui svolge il suo gioco dell parti.
Camilleri spiega di aver tratto l’idea del romanzo (che avrebbe potuto essere piegato linearmente a intrigo giallo, e lo e’ invece a sorpresa, tortuosamente) da una battuta registrata nella famosa Inchiesta sulle condizioni della Sicilia del 1876. All’interrogante, che chiedeva se si fossero verificati fatti di sangue in un paesino, veniva risposto: “No. Fatta eccezione del farmacista che per amore ha ammazzato sette persone”. Come a dire: non e’ successo nient’altro che un sogno. Il sogno che questo libro viene a raccontare.

Nota

C’è una famosa pellicola inglese dove si conta che un tale, il quale apparteneva al lato cadetto di una nobile fa­miglia, amminchia per fatti suoi che deve diventare il ti­tolare assoluto dello stemma. E così, tanticchia aiutato dalla fortuna, tanticchia aiutandosi lui stesso con molto ingegno e ricca varietà di armi, mette in atto l’elimina­zione di tutti gli aventi diritto che gli stavano avanti. Tenendo sempre sottomano l’albero genealogico, a con­forto per il già fatto e a sfida per il da fare, egli riesce, con la stessa testardaggine che è caratteristica dei santi e degli scienziati, ad arrampicarsi ramo dietro ramo come una scimmia, fino ad assittarsi trionfante proprio sulla cima. Ma un errore di distrazione alla fine lo consumerà. Se qualcuno pensa che il mio romanzo piglia radice dal­la pellicola, si sbaglia. L’idea mi è venuta ventidue anni fa, leggendo i due volumi dell’Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-1876), stampati da Cappelli nel 1968. Nascoste fra le mille quattro cento­undici pagine (dico nascoste perché ora non ho più gana di andare a ritrovare il punto preciso) ci sono due battute fra uno dei membri della commissione e un responsabile dell’ordine pubblico di un paesino: «Recentemente ci sono stati fatti di sangue al suo paese?».

«No. Fatta eccezione di un farmacista che per amore ha ammazzato sette persone». Tutto qua. È da allora che ho principiato a ragionarci sopra, su questa storia. E quando poi ho sceneggiato (con gli amici Suriano e Passalacqua) un brevissimo racconto di Sciascia per la televisione, intitolato Western di cose nostre, al protagonista, che
era un farmacista, ho prestato, a malincuore, diversi tratti del «mio» farmacista. Mi pare vera perdita di fiato dover dichiarare che nomi e situazioni (a parte la storia che è alla base del racconto) non hanno rapporto con persone realmente esistenti o con fatti realmente accaduti. Hanno invece rapporto fra me e la memoria della mia terra. Il romanzo è dedicato a Rosetta, mia moglie. Penso che non le piaccia tanto, non per come è scritto ma per quello che vorrebbe significare. Se è cosi, accetti la dedica come nuova prova per la sua più che trentennale pazienza nei miei riguardi. (1990) Dal romanzo è tratto il film Tv di Roan Johnson La-stagione-della.caccia.