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Lo scorso 13 novembre, il Prof. Carmelo Aliberti ha reso un omaggio alla nota scrittrice Dacia Maraini in occasione del suo compleanno. Pubblichiamo il pensiero di Aliberti e una ampia carrellata dei lavori della scrittrice.

Carissima Dacia Maraini, oggi, giorno del tuo compleanno, il mondo della cultura universale si stringe virtualmente intorno a te, per farti sentire il palpito del cuore, come esternazione di gratitudine per quanto tu hai donato in una vita, ”sposata” con la letteratura. La tua intera opera è riuscita a far conoscere il tuo talento di grande scrittrice italiana.

Dacia  Maraini. La più grande scrittrice dagli anni ‘60.

Dacia Maraini è stata giudicata dalla critica più accreditata la migliore scrittrice italiana vivente, che ha prodotto romanzi di elevata valenza culturale, in oltre 50 anni di impegno letterario. I temi caratteristici della sua produzione (la condizione storica e sociale della donna, l’infanzia, il riscatto politico dei reietti e dei disadattati, l’alienazione e frustrazione femminili nella società contemporanea), le hanno fatto privilegiare uno stile chiaro e realistico, con un forte interesse anche per il versante della documentazione. Autrice poliedrica, si è segnalata inizialmente con il romanzo L’età del malessere (1963). Ha scritto in seguito  numerose opere narrative: Memorie di una ladra (1972); Donna-in-guerra (1975); Isolina (1985) La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990, premio Campiello 1990);  Bagheria (1993); Un clandestino a bordo  (1993); Voci (1994), Premio internazionale Flaiano; Dolce per sé (1997); il volume di racconti Buio (1999); La nave per Kobe (2001); il romanzo Colomba (2004). Nel 2007 ha pubblicato Il gioco dell’universo, in cui rilegge gli scritti del padre, ricostruendone il percorso intellettuale ed esistenziale, e Passi affrettati, dedicato al tema della violenza sulle donne, dal quale l’anno successivo è stato tratto lo spettacolo, da lei scritto e diretto, messo in scena in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne; al 2008 è datato anche Il treno dell’ultima notte, in cui seguendo la vicenda privata della protagonista si ripercorrono alcuni dei momenti più tragici della storia del Novecento. Tra le opere successive occorre ancora citare: La ragazza di via Mequeda (2009), in cui si intrecciano le storie di personaggi-emblema di una generazione formatasi dopo la seconda guerra mondiale, con le loro illusioni e delusioni, speculari di un’Italia in fermento; la raccolta di scritti di viaggio La seduzione dell’altrove   (2010), che propone al contempo un percorso critico tra le contraddizioni e gli egoismi della società italiana; La grande festa (2011), sofferta indagine onirica sul valore del ricordo. È inoltre autrice di saggi (Storia di Piera, 1980, in collaborazione. con P. Degli Esposti; Amata scrittura, 2000), raccolte di versi (Viaggiando con passo di volpe, 1991; Se amando troppo, 1998), opere teatrali (Il ricatto a teatro e altre commedie, 1970; Dialogo di una prostituta con un suo cliente, 1978;  Stravaganza,  1987; Veronica,meretrice e scrittora.1992;  Fare teatro: 1966-2000, 2000, che raccoglie gran parte della sua opera teatrale) e sceneggiature, oltre che regista cinematografica e teatrale. Nel 2012 è stata insignita del premio Fondazione Campiello alla carriera; nello stesso anno ha pubblicato la favola a fumetti La notte dei giocattoli, illustrata da D. Bonomo, e il libro di racconti L’amore rubato. Tra le sue opere più recenti vanno segnalati la biografia Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza (2013), i romanzi La bambina e il sognatore (2015) e Tre donne (2017), il testo autobiografico Corpo felice. Storie di donne, rivoluzioni e un figlio che se ne va (2018), il libro di fiabe per l’infanzia Onda Marina e il Drago Spento (con E. Murrali, 2019) e il romanzo storico Trio (2020).

LA  VACANZA

equi diritti e promuove ad incarichi culturali le più capaci, intervenendo anche sulla stampa per patrocinare la soluzione di problematiche femminili. Anche nei suoi romanzi, la donna svolge il ruolo di protagonista, sulla scia del suo protagonismo nei primi romanzi. Scrive anche numerosi testi teatrali, come “Maria Stuarda”, che riscosse un successo internazionale, Ha esordito nel 1962 con l’esile volume “La vacanza”, subito sottoposto alla lettura dell’editore Lerici, che apprezzò il romanzo e che l’avrebbe pubblicato, se Lei fosse riuscita ad avere una introduzione da qualche grande nome della nostra letteratura. Un giorno casualmente si trovò in un bar, dove conobbe lo scrittore Alberto Moravia, che volle leggere il manoscritto della Maraini giudicandolo ottimo e fu lieto di tenerla a battesimo come una nuova, giovane e originale scrittrice di notevoli potenzialità narrative. Senza alcuna titubanza, lo scrittore che godeva di una grande fama ed era molto stimato, non solo nella capitale dove era nato, ma anche nei migliori ambienti culturali italiani ed europei, scrisse una convincente scheda introduttiva e Lerici mantenne la promessa della pubblicazione del romanzo. Alcuni validi critici giudicarono favorevolmente il libro e, dopo poco, la Maraini andò a vivere nella casa di Moravia, che da poco si era separato dalla moglie Elsa Morante, sposata nel 1936.
Nel racconto la scrittrice espone come sono nati alcuni protagonisti dei suoi romanzi, le funzioni affidate a loro da svolgere nella trama, il dispiegamento metodologico della loro personalità e operosità, come le condizioni incidano nella atmosfera e nella progressione interiore e problematica dei protagonisti,gli innestogrammi degli ingredienti che si intrecciano per ritagliare un ritratto, ma anche la radiografica dei percorsi invisibili dalla nascita, alle esternazioni delle pulsioni interiori e la simmetricità con le intersecazioni esterne, le scelte e le repulsioni da contrapporre a situazioni non consone alla specificità del personaggio. La scrittrice da anche una lezione linguistica, mediante la selezione delle terminologie tematiche stilistiche, che devono rendere le correlazioni omogenee dell’articolazione della fabula e dei personaggi che la esprimono. Nasce un percorso espositivo dei suoi intrecci, animati dalle denotazioni delle figure coinvolgenti tra le più vibranti di fascino della letteratura italiana, arricchita dalla testimonianza esegetica dei dettagli connettivi della scrittura, da parte di una maestra di letteratura che è riuscita a tracciare binari di scorrimento ben strutturati e descritto per i lettori, con il fascino coinvolgente degli apprendistato sui classici, capace di avvincere fino all’ultima pagina, attenta all’osservazione degli aspetti contributivi alla evidenziazione della realtà, solo tecnici e offre la sua disponibilità, se riesce ad avere la prefazione di Moravia. Lo scrittore amico della famiglia Maraini, scrive una introduzione sotto forma di lettera, in cui tra l’altro confessa: “…. Vorrei, perciò sopratutto parlare della qualità del tuo talento letterario, allora come mi è apparso sinora. Dunque tu sei sopratutto una scrittrice realista. Cosa intendo per realtà ? Intendo lo scrittore che ama la realtà per quello che è e non per quello che dovrebbe essere, perchè soltanto è appunto realtà…. e che non si ritrae di fronte a nessun aspetto, per quanto imperniato di questa realtà..”. La presentazione di Moravia contribuì al successo del libro per cui l’editore pubblicò quattro edizioni, ma suscitò discredito nella scrittrice, in quanto i critici la giudicarono superficialmente, non considerandola un talento, ma solo una qualunque arrivista, che doveva il suo successo al nome prestigioso di Moravia. Il romanzo, che è ambientato nell’estate del ’43, affronta il tema difficile dell’adolescenza e ha come protagonisti due fratelli, io narrante, la quattordicenne Anna è il fratello più piccolo Giovanni che uscito dal collegio delle suore per le vacanze estive in famiglia, in un piccolo paese vicino a Roma, dove il padre e la matrigna si rifugiano per sfuggire ai bombardamenti degli aerei e andare a bombardare chi sa dove, il rombo di quegli aerei appare come la metaforica fine del fascismo. Sentendosi liberi dalle costrizioni collegiali( metafora della prigionia del sistema totalitario),la ragazza si abbandona al bagno Savoia, si abbandona senza condizionamenti a incontrollati rapporti sessuali, con giovani uomini maturi e vecchi e di ogni condizione sociale, cercando di placare i sussulti del corpo, di capire la propria femminilità ancora in nuce, mentre osserva lo scatenamento libidinoso della matrigna. L’eros diventa la sua ossessione con cui osserva la decadenza di un mondo sconvolto ignorando di essere osservata, si spoglia con facilità senza emozioni e senza alcun sentimento vuole essere solo desiderata per la sua femminilità, anche da uomini squallidi e incretiniti, nell’età adulta, da lei consumata in scatenamenti carnali di donna oggetto. Anche l’amico Armando, prima di partire per la repubblica di Salo, tenta più volte di avere rapporti sessuali con la ragazza, che la lasciano fredda e indifferente, mentre rapidamente consuma gli aridi rapporti con squallidi individui di periferia e di pedofilia prima di entrare in collegio. Il vecchio dottore Scanno è fortemente attratto dal michelangiolesco del corpo di lei che gli offre passivamente e aridamente la propria nullità; ma l’uomo forse sfiorato da un sentimento di pietà per quella creatura- oggetto. Vittima inerme di un inesorabile destino, per cui l’uomo si limita solo ad accarezzarle i seni, ritraendosi subito in un espressione di pentimento e di dolore e di pietà e, prima di allontanarsi, offre alla ragazza un pugno di denaro che lei accetta decisamente, ma si sente estraniato e vuoto, perchè intuisce che abusare dell’inermità di una creatura quasi spenta non può essere sentimento d’amore, ma atto di disumana violenza. Metaforico deve essere interpretato anche lo slancio passionale verso l’assoluta libertà di Anna dopo il relegamento in collegio dove si è sentita soffocare nella travolgente urgenza interiore di approdare ad una consapevole maturazione di se; in quanto era stata soffocata da una metodologia schiavistica e annientatrice. Ma il gesto esprime anche la schiavitù di una intera generazione, quella schiacciata, torturata e ideologicamente violentata dal regime fascista. Pertanto, la ricerca della libertà assoluta di Anna riflette anche l’anelito dell’intero popolo italiano che vuole risorgere dalla anestesia politica e disperatamente, si truffa in una picaresca avventura della conquista della libertà. La vacanza contiene una rassegna di motivi e connotazioni linguistiche, scheletriche, essenziali che sostengono la mascheratura di una mancata libertà. Ma la Maraini rimarrà sostanzialmente fedele agli esordienti nuclei ideali del suo viaggio narrativo, continuando ad almanaccare gli embrioni più autentici della sua sensibilità e credibilità.
Moravia e la Maraini mantennero ottimi rapporti di amicizia, fino alla scomparsa della scrittrice e moglie Elsa, assistita in ospedale dallo stesso Moravia.

L’ETA’ DEL MALESSERE
La Maraini, dotata di apprezzabili strumenti narrativi, l’anno successivo era nuovamente in libreria con un secondo romanzo, intitolato “L’età del malessere”, intriso indirettamente di vicende, irrequietezze, incertezze e tormenti, che dovette curare da sola, perché il padre era sempre impegnato a costruire gabbie per gli uccelli con una maniacale passione, per cui non si accorse mai del malessere interiore della figlia, che soffriva anche per il disinteresse familiare verso la sua persona, interiormente lacerata dalla sfiducia verso se stessa e verso la vita, quindi era facile e inerme preda dei frodatori dell’ingenuità e della fragilità della giovane donna. L’età del malessere è il secondo romanzo di Dacia Maraini, pubblicato nel ’63 e subito accolto come libro rivelazione di uno stile nuovo, di un’autrice promettente. Ambientato nella periferia romana, ha come protagonista la borghesia più umile, vittima e insieme artefice degli anni del boom economico di un’Italia  miracolata e squallida.
La vicenda è narrata in prima persona da Enrica, una diciassettenne che vive con indifferenza sia i suoi drammi personali, sia quelli della desolata umanità cui appartiene. Figlia unica di una coppia già in là con gli anni, la ragazza osserva con disincanto il lento declino della madre, sfiancata e umiliata nel logorante arrabattarsi di un piccolo impiego: la vede oscena nel suo corpo sformato, nei vestiti lisi, nelle amicizie volgari e insieme penosa nelle ambizioni meschine di rivincita, di riscatto. Forse con più affetto, ma con uguale severa implacabilità, Enrica guarda al padre, artista fallito e alcolizzato che si è ridotto a dedicare ogni suo tempo ed energia alla costruzione di elaborate e invendibili gabbie per uccelli. In questo tragico universo familiare si muove la giovane, senza tuttavia la benché minima voglia di evaderne. Abulica, indifferente a tutto, sue uniche aspirazioni sembrano essere l’acquisto di un paio di scarpe nuove o di un maglioncino aderente. Non si ribella alla frustrante relazione cui la costringe Cesare, uno studente fuori corso, che la usa come amante di riserva, in attesa di sposare una ricca fidanzata che meriti il suo rispetto. Enrica frequenta un corso di computisteria e stenografia tra insegnanti e compagni che paiono tutti più disgraziati e infelici di lei, compie poi un’umiliante esperienza di lavoro in casa di un’anziana ed eccentrica contessa, ma niente sembra segnarla, niente la scuote. Vive come in trance avvenimenti crudi e crudeli, dalla morte della madre a saltuari episodi di prostituzione, a un drammatico aborto clandestino. Solo alla fine, il matrimonio di Cesare la costringe a scegliere, le impone un cambiamento: e il libro termina con l’intenzione almeno annunciata di voltare pagina, di dare un nuovo indirizzo alla propria vita. Il fascino che indugia in queste pagine è tutto in questa storia narrata senza alcuna retorica o ammiccamento, ma con tale dolente asciuttezza che il malessere in cui sono avvolti i personaggi contagia anche il lettore, amareggiandolo, indignandolo.
L’ETA’  DEL MALESSERE

“L’età del malessere” era strutturato come una macrosequenza fluida negli anfratti della quotidianità della protagonista che, nella contestazione giovanile dei primi anni ’60, riconosceva riflessi anche i suoi conflitti interiori e il suo disagio esistenziale, incapace di sognare e di sperare in un futuro migliore, si possono individuare in lei i tormenti di quella rabbia di una generazione che subiva lo sconvolgimento dei sani valori, rinnegati dalla società del benessere, e sostituiti da altre seduzioni, come l’arricchimento veloce, il possesso di una casa propria, ricca dei comodi prodotti industriali, di mobili eleganti, dell’auto utilitaria, di poter beneficiare di ferie retribuite per concedersi le vacanze, l’idolatria dell’Apparire che affondò l’Essere. In questo romanzo, si riversa sotto altre forme il dolore e gli stenti che hanno costellato il segreto malessere della scrittrice, fin da bambina. Per questo nuova prova non asettica, ma densa di schegge morali e di esaltazione dei valori perduti, speculare di una società, impaurita dalle torture, dalle iniquità verso i più deboli, atterrita dalle persecuzioni e angosciata dall’esclusione dal contesto sociale, con la soluzione della condanna al confino nelle piccole isole o in luoghi scalcinati e sperduti tra le montagne e le valli di un Sud ancora schiavo di ogni privazione, per i renitenti alle decisioni del potere e a leggi dittatoriali disumane, come quelle fascistissime del ’25, l’adesione coatta al mito fascista o alla introduzione di misure antirazziali, per la eliminazione degli ebrei, degli invalidi, degli omosessuali e degli zingari, inceneriti sul rogo dei campi di sterminio, in nome del mito della razza pura in una Europa e in un’Italia sbrindellata e mortalmente ferita dalla guerra, la Maraini imprevedibilmente riceveva il Premio Internazionale degli Editori “Formentor”, con le reazioni velenose di una parte degli scrittori che accusavano Moravia, presidente della giuria, di aver fatto pressioni sui componenti della giuria, per l’assegnazione del Premio alla Maraini, considerata la sua amante. Qualcuno osò pure insinuare che il libro premiato era stato scritto dallo stesso Moravia, trasparente nell’asciuttezza e scheletricità della struttura narrativa e nell’intensità dei dialoghi brevi, quasi monosillabici, come quelli che lo scrittore usava nei suoi scritti per meglio attrarre l’attenzione e la fruizione immediata dei contenuti e dei significati emblematici di certe locuzioni. In realtà, La Maraini era già una brava scrittrice, come continuerà ad esserlo sempre meglio nelle opere successive, che furono tradotte in varie lingue e vendute a milioni di copie in Italia e all’estero.
Nata a Fiesole il 13 novembre 1936 dall’etnologo Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente, e dalla madre Topazia appartenente ad un antico e nobile casato siciliano, gli Alliata di Salaparuta, la famiglia nel 1938 si trasferisce in Giappone, quando la bambina Dacia ha l’età di tre anni, poiché il padre, che ha ottenuto una borsa di studio per una ricerca sugli Hainu, una popolazione in via di estinzione nell’Hokkaido. Nel 1943, il Giappone, alleato, in guerra, dei dittatori Hitler e Mussolini, chiede ai coniugi Maraini di aderire alla Repubblica di Salò, istituita dal Duce, in seguito alla disfatta bellica dell’Asse Roma-Berlino, che si infrange e si trasforma in guerra tra i due alleati, per cui i tedeschi, sentendosi traditi, compiono in Italia delitti efferati e rappresaglie per punire il tradimento e per vendetta. Allo sbarco degli eserciti angloamericani in Sicilia, l’Italia firma l’armistizio di Cassibile (8 settembre 1943), la Germania tradita ordina prima lo stazionamento in Italia delle sue truppe, che colpirono degli innocenti con stragi, torture e violente aggressioni e soppressero bambini impauriti e piangenti; spesso si installavano in case private, sottoponendo le donne, terrorizzate da tanta brutalità, a continui stupri collettivi, sotto lo sguardo dei mariti e altri familiari, fino allo sfinimento sotto l’assalto barbaro al corpo femminile.
Divampa la lotta partigiana, combattuta contro i nazifascisti, per la liberazione della patria dalla pericolosa presenza di truppe tedesche, che insanguinavano il suolo italiano, compiendo feroci rappresaglie contro la popolazione civile. Finita la guerra, gli americani conquistano il Giappone, squarciato dal lancio della bomba atomica su Hiroshima (6 agosto) e Nakasaki (9 agosto), compiendo una strage genocida, con conseguenze gravissime sugli abitanti e lasciando nell’aria fiumi di scorie nucleari radioattive, che danneggiano ancora la vita delle persone. La famiglia Maraini viene liberata e, dopo la spasmodica attesa di sei mesi, riesce a trovare un piroscafo che la porterà in Italia. La scrittrice, in una intervista rilasciata a La Repubblica.it, ricorda con amarezza gli anni trascorsi nel campo di concentramento, dove la fame inesorabilmente falciava vite umane e dove la ragazza Dacia, per poter sopravvivere ai morsi della fame, fu costretta a mangiarsi le formiche e spesso, quando riusciva a sgattaiolare fuori del filo spinato, placava la fame con le foglie del baco da seta. Trascorreva le sue giornate, in attesa che scendesse presto la notte per evitare di dover assistere alle torture e alla morte immotivata di tante creature per la fame, il freddo e le sadiche violenze inflitte ai reclusi. Anche quel modo di vivere nel fango e nella sporcizia totale riduceva gli esseri umani a scheletri che si muovevano faticosamente e improvvisa mente venivano abbattuti dai proiettili delle guardie del campo. Dacia visse un lungo periodo di crisi esistenziale e di angoscia, che lasciarono tanta amarezza nel suo cuore. Perciò, la famiglia decise di rifugiarsi in Sicilia, a Bagheria, presso la casa della zia Topazia di antica nobiltà, che vedeva gradualmente sgretolarsi la ricchezza accumulata da più generazioni. La famiglia Maraini era poverissima e anche dopo il trasferimento a Palermo patì privazioni di ogni genere. Il padre aveva lasciato la moglie ed era fuggito a Roma, in cerca di un dignitoso lavoro, ma non ebbe fortuna e, quando la figlia Dacia, compiuti i 18 anni, lo raggiunse, lo trovò in un vecchio e fatiscente tugurio in piazza Bologna. La figlia esercitò lavori saltuari, precaria e mal retribuita. Fece la segretaria, la hostess, l’archivista e la giornalista. Spesso scriveva poesie e nel 1966, grazie al sostegno di Nanni Balestrini, vennero pubblicate nella raccolta “Crudeltà all’aria aperta””, recensita molto favorevolmente da Guido Piovene. Intanto si sposa con il pittore milanese Lucio Pozzi, ma il matrimonio s’infrange dopo 4 anni, per la fuga verso Milano del Pozzi, lasciando in Dacia un immenso dolore, e nello stesso tempo portava in grembo una creatura di sette mesi, che non potè vedere mai la luce. La scrittrice subisce una crisi delirante, ”trovai in me un grande vuoto. Pensavo di non avere più scopo nella vita. Mi sentivo inutile. Mi svegliavo la mattina, sperando che venisse presto la notte. Cominciai a scrivere poesie e il mio primo romanzo”(confessa la scrittrice nella stessa citata intervista). Ma, forse per distrazione, forse per passione, incomincia ad occuparsi anche di teatro. Fonda con la collaborazione di altri scrittori, il “Teatro del porcospino”, in cui venivano rappresentate opere nuove di autori italiani, da Gadda a Parise, da Siciliano a Tornabuoni. In tale periodo Moravia lascia la moglie e i due vivranno armonicamente insieme fino agli inizi degli anni’80. Riferisce Giorgio Dell’Atri nel suo recente “Moravia:sono vivo – sono morto”, tra i tanti riferimenti ai comportamenti privati dello scrittore romano, che la Maraini con la sua spontanea dolcezza riusciva a rasserenare Moravia nei momenti degli scatti rabbiosi, quando questi s’inalberava contro chi seminava calunnie contro di lui o prendeva autorevolmente posizione in determinate circostanze di malessere sociale; Dacia, con espressioni adeguate, con occhi materni e parole pacate, riusciva a placarne il furore e ripristinare i normali rapporti tra i duellanti. Scrivevano i loro romanzi o i loro interventi giornalistici allo stesso tavolo, fianco a fianco, ma evitavano di scambiarsi i dattiloscritti, per cui l’uno ignorava le vicende e la tecnica narrativa del lavoro “in fieri” dell’altra. Moravia non voleva essere consigliato, né giudicato, la Maraini non osava sottoporre la lettura dei suoi scritti, per non farlo adirare, dimostrando anche con questa posizione, stima e amore protettivo verso il compagno scrittore. La loro fu una storia di tenerezza e di amore. Talvolta, capitava di confrontarsi (fuori programma) e in maniera volatile su argomenti narrativi di interesse generale, ma subito la conversazione slittava su episodi della quotidianità e particolarmente dell’iniquità del sistema, gestito da rappresentanti della borghesia capitalistica e industriale, che tutelava i propri interessi di casta e ignorava il doloroso lamento del proletariato in condizioni di miseria e di esclusione sociale. Vissero quegli anni trascorsi insieme con alacre impegno letterario, ma senza interferire nel lavoro dell’altro, ma stimolati dal loro stesso respiro, riuscivano a produrre romanzi di elevato spessore letterario. Nel 1973, la scrittrice fonda assieme con Leone, Pansa, Boggio e altre, il “Teatro della Maddalena”, gestito e diretto da donne, di cui concretamente rivendica

DIALOGO TRA UNA PROSTITUTA ED UN SUO CLIENTE

“Dialogo tra una prostituta ed un suo cliente”, ”Stravaganza” e altri 30 opere teatrali dal 1967 ad oggi, molte delle quali rappresentate anche ora in vari Stati del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STRAVAGANZA

Un momento felice del suo impegno sociale, etico e civile emerge  da Stravaganza, una fortunata coproduzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Accademia della Follia andata in scena al Festival Teatri a Teatro 2013 al Teatrino “Franco e Franca Basaglia” con la regia di Claudio Misculin, un testo in cui Dacia Maraini  ricostruisce, attraverso la vicenda di alcuni malati, l’avvento della Legge Basaglia e invita a riflettere sui suoi effetti, come il disagio mentale. «È la dimenticanza che porta a rifare gli errori di una volta?» denunciava sulle colonne del Corriere della Sera Dacia Maraini. «O c’è una volontà pertinace di disfare ciò che di buono è stato concepito e applicato dal pensiero sperimentale di questo Paese anche troppo immobilista? Che la legge Basaglia non funzioni fino in fondo lo sanno perfino i sassi. Ma perché troppo spesso manca la realizzazione di una parte della legge che prevede l’accoglienza dei malati nelle comunità terapeutiche, la cura assicurata, il recupero e la restituzione alla società degli individui più fragili e sconnessi. Un progetto coraggioso, non facile, certamente, ma che va comunque tentato, nel rispetto degli ammalati…».Questo impegno civile, umano, sociale, Dacia Maraini porta sul palcoscenico, con Stravaganza, «Cinque malati di mente internati in un manicomio, tre uomini e due donne, si tengono compagnia, si raccontano, si amano, litigano, si aggrediscono, ridono di sé e degli altri» riassume l’autrice. «Un giorno vengono a sapere che è stata votata la legge Basaglia: da domani tutti a casa! L’ospedale chiude. Ma dove andare? Ciascuno fa i conti con il proprio passato: chi ha una compagna che si è messa a vivere con un altro, chi una madre morente e dei fratelli invadenti che hanno occupato tutta la casa, chi un padre che certamente non rivuole presso di sé una figlia cleptomane, chi una moglie che ha trovato modo di fare soldi per conto proprio visto che lui non è stato più capace di mantenerla. I cinque decidono comunque di tornare a casa. Gli affetti su cui hanno sempre sognato sono lì ad attenderli. Ma appena arrivati trovano gelo e disattenzione. In realtà nessuno li vuole: sono stati bellamente sostituiti. C’è addirittura qualche parente che ha paura di loro, e vorrebbe chiuderli a chiave nella stanza rimediata all’ultimo momento. Così i quattro, perché il quinto Alcide non ha nessuno da cui andare ed è rimasto in manicomio, sono costretti a tornare in ospedale. Dove però decidono di vivere a modo loro: senza medici, senza elettroshock, senza chiavi e chiavistelli, in una comune aperta, con nuove regole stabilite da loro.» L’Accademia della Follia è un progetto teatrale e culturale: si occupa di teatro e follia. Formata da attori a rischio, è un’esperienza singolare-universale dove la sofferenza individuale trova lo spazio delle parole e dei gesti. La ricerca nasce all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste nel periodo in cui le sue mura venivano abbattute da Franco Basaglia. Claudio Misculin in quel periodo si trova lì e fa prende parte a questo sogno comune e nel 1976 fonda il primo gruppo proprio dentro l’ex ospedale, il primo “teatro dei matti” e assieme agli altri partecipa alla creazione di quell’idea che poi diviene la Legge 180. Il matto – secondo l’assunto dell’Accademia della Follia – può diventare un talento artistico se si creano opportunità di esplorare e di mettere in scena altre maschere oltre a quella unica e sovradeterminata di malato. Ora Stravaganza ritorna in scena – nella appropriata e significativa cornice di Teatri a Teatro 2013 – dopo aver raccolto riconoscimenti in tutta Italia e in Brasile dove lo spettacolo è stato al centro di un importante progetto culturale, che nel 2010 ha ottenuto la medaglia del Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano quale «premio di rappresentanza al progetto “Stravaganza – Tournée in Brasile».

MEMORIE  DI  UNA  LADRA
Una donna è la protagonista del romanzo “Memorie di una ladra”, che Monica Vitti trasferì sullo schermo, realizzando uno dei suoi film di vasto successo.  Ad ispirare la figura di Teresa Numa, la protagonista del romanzo, è stata una detenuta dalla scrittrice conosciuta nel 1969, durante una sua inchiesta giornalistica sulla condizione delle carceri femminili italiane, e di aver aggiunto alla sua storia spunti tratti da quelli di altre carcerate. Teresa Numa nasce ad Anzio nel  1917, in una famiglia umile ma non miserevole: il padre gestisce un’osteria ed è proprietario di diversi appezzamenti agricoli. La bambina cresce trascurata tra i numerosi fratelli, poco considerata dai genitori. Dopo la morte della madre di Teresa, il padre si mette a convivere more uxorio con un’altra donna soprannominata Doré la Lunga; Teresa, che non va d’accordo con lei, si trasferisce dalla zia Nerina. Con due amiche compie il suo primo crimine, una violazione di domicilio, per la quale è condannata a due anni, poi amnistiati. A diciotto anni rimane incinta di Sisto, figlio di un ferroviere e ferroviere egli stesso, che dopo il parto sposa, nonostante la contrarietà del padre di lei. Le sorelle di Sisto odiano Teresa e la fanno internare in un manicomio, da cui Sisto la va a riprendere. Questi viene poi licenziato dalle ferrovie e con Teresa e il figlio Maceo si trasferisce a Roma, dove inizia a frequentare compagnie equivoche di ladri e prostitute, per poi fuggire con la sua amante Rita. Teresa torna ad Anzio, in casa del fratello Nello,, poi, avendo avuto notizia della rottura tra Rita e Sisto, si reca in Sicilia, dove il marito sta prestando servizio nell’esercito, durante   la Seconda guerra mondiale. Dopo un estenuante viaggio in ferrovia ritrova Sisto, mentre avviene la caduta di Mussolini e insieme  me risalgono la Penisola, un improvviso bombardamento li separa. Sisto torna a Roma dopo due mesi e riprende la vita dissoluta di prima con le sue amanti, ma Teresa decide di lasciarlo. La sua amica Egle le presenta due ladre professioniste che la coinvolgono nei loro furti, ma vengono scoperte e Teresa fa  l’esperienza del carcere; anche suo fratello Orlando, comunista, viene imprigionato per ingenuità, credendo di compiere atti rivoluzionari. Scontata la pena detentiva, Teresa torna per un po’ da Nello, la cui moglie è gravemente malata e di lì a poco muore e Lei torna a Roma  dai ladri suoi amici. Per un po’ di tempo vende olio al mercato nero con la sua conoscente Edera quindi, assieme alla sua amica Dina, viene assunta come soubrette per inscenare spettacoli per le truppe americane.  Ma a Caserta un poliziotto scopre irregolarità nei tesserini e la loro carriera finisce. Dina propone  di dedicarsi al borseggiamento , abbindolando gli uomini grazie al loro fascino. Finiti i soldi torna a Roma, dove Teresa fa la conoscenza di Rinuccia, la Spagnola, una bella mora che suggerisce nuove iniziative di furto. A Nervi, Teresa e Dina rubano una borsa che è piena  di denaro falso. Un compaesano rivela poi a Teresa che suo fratello Libero, ritornato da un campo di prigionia in India, si è suicidato sotto un treno. Va così alle sue esequie, prima di rimettersi a rubare portafogli con Dina. In una sala da ballo Teresa conosce Tonino Santità, un giovane veneto che lavora come autista per un ministero, e se n’innamora. Presto però si ritrova in ristrettezze economiche e Tonino, temendo di essere accusato di complicità nei crimini della donna, fa perdere le proprie tracce. Teresa viene arrestata un’altra volta e nuovamente incarcerata; all’uscita si mette a fare la borseggiatrice con la Spagnola, che però non ha la destrezza di Dina e piuttosto che rubare preferisce farsi mantenere da un vecchio vizioso e, dopo aver perso l’amante, battere il marciapiede. Teresa invece si rifiuta di darsi alla prostituzione. Un giorno le viene un attacco di peritonite   che la costringe al ricovero in ospedale, dove le viene fatto un intervento che le salva la vita ma la rende sterile. Di lei s’invaghisce un sarto agiato e strabico, che soprannomina Occhi Lustri e che respinge; si prende invece come amante Ercoletto, un uomo prestante cognato dell’infermiere che le fa a domicilio le iniezioni per evitare ricadute della peritonite. Ercoletto lavora come fattore al Pantano Borghese, di proprietà del conte Tolentino, ma si lamenta di aver troppo da fare, così si licenzia. Con Teresa prima cerca funghi commestibili nei boschi, poi si mette a fare delle frodi alimentari, aggiungendo piccole quantità d’olio d’oliva a latte di olio di semi che poi rivendono come extravergine d’oliva. Un giorno i due incontrano Occhi Lustri, che schernisce Teresa per averlo rifiutato; Ercoletto l’affronta, ma il sarto chiama tre amici perché gli diano man forte, così Ercoletto, vistosi in inferiorità, estrae il coltello e ferisce il sarto, che lo denuncia. Ercoletto e Teresa si danno alla macchia per un po’ di tempo, poi l’uomo è arrestato; la stessa sorte capita alla sua amante, che comunque poco dopo beneficia di un’amnistia. Teresa accetta di fare da testimone per Natalina, un’ex prostituta sua amica affinché questa ottenga dal padre del suo amante 500.000 lire in cambio del ritiro di una denuncia per sfruttamento della prostituzione. Il vecchio però si presenta all’appuntamento con la polizia, che arresta le due donne per estorsione. Dopo otto mesi di carcere l’innocenza di Teresa viene riconosciuta; questa va da Ercoletto, anch’egli rilasciato, in casa della sorella di lui. Ercoletto si offre di sposarla, ora che è vedova, ma Teresa rifiuta perché è sterile. Insieme riprendono il commercio dell’olio, ma presto Ercolino finisce di nuovo in prigione per un furto di stoffe effettuato con altri complici. Muore il padre di Teresa, e al funerale la donna si rende conto di essere stata emarginata dai fratelli, tranne che da Orlando, non presente perché ancora in prigione. La protagonista si mette in società con Zina Teta, che le insegna a fare acquisti con assegni rubati su cui è stata falsificata la firma, finché questo non le procura un nuovo arresto. È tradotta prima a Rebibbia  poi, a causa di un atto di autolesionismo, al manicomio criminale  di Pozzuoli, dove la sua salute deperisce finché non viene riconosciuta sana di mente e, scontata la pena, è rimandata libera. A Roma prende in affitto con Ercoletto una camera in casa della Spagnola e per un po’ si fa mantenere dal suo uomo. Inizia a prendersi cura di Orlandino, il figlio di Orlando, come se fosse sua madre, che invece vorrebbe metterlo in collegio. Ercoletto, che si è messo nei guai con un usuraio, è arrestato per un furto commesso per rifonderlo; la stessa sorte tocca a Teresa, che viene trasferita al carcere di Perugia. Ritornata alla vita civile, si riprende il nipote Orlandino e viene a sapere dal padre di questi che, grazie ad un articolo pubblicato su un rotocalco da un giornalista che l’ha intervistato, era stato considerato riabilitato e scarcerato. Accade però che Orlando, accusato di aver compiuto un furto, sostenga che questo sia stato in realtà effettuato da altri in combutta con un maresciallo dei carabinieri e che uccida quest’ultimo, ottenendo così un’altra condanna. Teresa vorrebbe instaurare un rapporto con suo figlio Maceo, che ha trovato un buon impiego alla Pirelli, ma questi rifiuta di rivedere la madre , che le zie gli hanno descritto come una persona immorale. Senz’altri mezzi di sostentamento, ricomincia con le truffe dei suddetti assegni, grazie alla complicità del cameriere di un albergo, finché queste non vengono scoperte. Finisce in prigione per aver tentato d’incassare con un’amica un assegno rubato. Raccontando dal carcere la conclusione delle sue vicende, esprime il desiderio di trovare un modo legale per vivere e di tenere una casa con Ercoletto e Orlandino. La struttura di Memorie di una ladra appare simile a quella dei romanzi picareschi .  La narratrice in prima persona fa uso di un linguaggio ricalcato sul parlato, con l’uso di vocaboli dialettali o, nel caso di termini stranieri, poco appropriati.
DONNA IN GUERRA
Successivamente analizza l’importanza e la funzione della “Donna in guerra”, tradotto come tutti i suoi romanzi in varie lingue.

 

 

STORIA DI PIERA
Anche “Storia di Piera”, scritto in collaborazione con Piera degli Esposti e stato tradotto in film da Marco Ferreri con protagonista Marcello Mastroianni, riflette il difficile e oscillante itinerario esistenziale di una donna che attraversa varie stazioni della vita tra illusioni, speranze fatue, innamoramenti e disagio familiare e sociale, non teoricamente esplorato, ma affidando alla protagonista di rivivere con la parola le inquietudini della propria solitudine interiore, costellata da repentini capovolgimenti.           Storia di Piera  è un libro-intervista,  partendo dalla malattia mentale della madre di Piera Degli Esposti, ricoverata in una clinica psichiatrica, si dipana il dialogo tra le due donne, accomunate dalla passione per il teatro (la Degli Esposti attrice, la Maraini drammaturga) e dall’impegno comune di matrice femminista. L’attrice ricorda il rapporto con e tra i suoi genitori, che l’avevano generata dopo che ognuno aveva già avuto prole da una precedente relazione: il padre era un tipografo bolognese, di ferventi idee comuniste, attivo in campo sindacale. La madre era molto disinvolta nei confronti degli esponenti del “sesso forte”, al punto da arrivare a condividere gli amanti con la figlia adolescente. Dalle condizioni di salute dei genitori (inclusa la malattia che ha portato il padre alla morte) Piera Degli Esposti passa poi ai problemi fisici da cui lei stessa è stata tormentata, tra i quali una pleurite e le conseguenze di molti aborti eseguiti clandestinamente. Profonde risultano essere anche le ferite dell’animo, tra le quali quelle derivate dagli abusi sessuali subiti da piccola, da parte di parenti e amici dei genitori. L’attrice parla anche dei suoi amanti (sia maschi che femmine), del modo in cui vivevano il rapporto e dei vari motivi che ineluttabilmente hanno provocato la fine delle sue relazioni.
La Maraini e la Degli Esposti si confrontano poi sugli scrittori e sui testi letterari che sono stati per loro d’ispirazione, e sull’impegno necessario per portare sulla scena dei personaggi femminili complessi.

IL GIOCO DELL’UNIVERSO
Nel 2007 ha pubblicato Il gioco dell’universo, in cui rilegge gli scritti del padre ricostruendone il percorso intellettuale ed esistenziale.

 

PASSI  AFFRETTATI
Passi affrettati, dedicato al tema della violenza sulle donne, dal quale l’anno successivo è stato tratto lo spettacolo, da lei scritto e diretto, messo in scena in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Un testo teatrale di Dacia Maraini diventa un libro-documento che raccoglie e testimonia sette storie di donne vittime di violenze nel mondo. Il libro nasce dall’elaborazione, ad opera della scrittrice, di una serie di testimonianze raccolte in tutto il mondo sul tema della violenza alle donne. Il testo raccoglie sette storie di donne, di diverse aree del mondo, con religioni diverse tra loro, con stili di vita diversi, eppure accomunate da una triste realtà, ovvero quella di essere vittime della violenza, a volte cieca e immotivata. Donne ovunque prigioniere di una tradizione , di un matrimonio non voluto, di una famiglia violenta, di uno sfruttatore, di una discriminazione. Dalla Cina alla Giordania, dalla Nigeria alla California fino alla “civilissima” Europa riecheggiano, nelle storie narrate dalla Maraini, violenza e sopraffazione. Il dolore di donne appartenenti a mondi diversi che vengono oltraggiate nella loro persona, dignità e libertà. Ecco allora che “Passi affrettati” non parla soltanto di una violenza insensata, ma racconta un universo più complesso, un deserto nelle relazioni, una rappresentazione del corpo e del desiderio maschile schiacciati nella categoria dei bassi istinti da imporre con la violenza o con il denaro”. Passi affrettati è nato come spettacolo teatrale per poi diventare un libro e un progetto di innovazione culturale incentrato sulle tematiche della violenza e discriminazione di genere e delle pari opportunità.

IL  TRENO DI HELSINKI

Negli anni ’80 esce il romanzo” Il treno per Helsinki” imperniato sulla nostalgica ricerca delle più importanti schegge del passato.

 

 

 

 

 

ISOLINA

“Isolina”, la storia tormentata di una ragazza che si svolge tra l’Ottocento e i primi anni del Novecento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA LUNGA VITA DI MARIANNA  UCRIA

Con il romanzo “La lunga vita di Marianna Ucria”, storia toccante, coinvolgente e carica di un ben affilato e chiaro messaggio positivo, la scrittrice vince il Premio Campiello e riscuote un travolgente consenso mondiale. Narra la complicata storia di una donna disabile sordomuta che a tredici anni è costretta a sposarsi e a vivere in una famiglia investita rovinosamente da molteplici problemi, senza la possibilità di alleviarne la sofferenza. Marianna affronta la sua invalidità dolorosa con certosina sopportazione, senza crolli o lacerazioni psicologiche, ma osserva e analizza razionalmente la rete in cui sono rimasti impigliati alcuni membri della famiglia che rimangono sconvolti e vittime della sconfitta. La vera protagonista, Marianna, della nobile famiglia degli Ucria, sposa bambina, anzicchè piangere per le sue condizioni precarie di salute e triste per il non felice matrimonio impostole, emerge al centro della scena, dimostrando una lungimiranza razionale con cui riesce ad essere determinante per la sorte della famiglia e, con raro coraggio, con la forza della ragione e di un equilibrio interiore impensabile, argina la valanga che sta abbattendosi sulla famiglia e a far rinascere la speranza sommersa dalle rovine, per cui la sua efficace azione riporta al dinamismo i colpiti dall’avverso destino. La Maraini affronta nei suoi romanzi con un climax ascendente l’esplorativo percorso esistenziale e l’importanza del ruolo positivo della donna nella società, innalzandola dagli infimi scantinati della trasgressione morale e fisica alla redenzione integrativa del contesto civile, sociale e morale, senza ricorrere ad invettive o a rivolte di piazza o a volgari espressioni, incise sui cartelloni dei manifestanti o con frasi gridate di una protesta degradante, come avveniva realmente per le vie della capitale e in altre città, ma con la forza descrittiva e analitica delle anomalie e dei diritti dei personaggi femminili della sua letteratura. Per ciò veniva censurata e accusata di faziosità interessata. Invece, la scrittrice, nella già citata intervista dichiara che la donna non è superiore all’uomo, ma deve aver riconosciute concretamente le sue capacità, i suoi diritti e affidati incarichi direzionali come gli uomini, anzi occorre tutelarla dalle violenze e dagli stupri coatti che spesso subisce sia all’aperto, che tra le mura domestiche. Gli obiettivi del suo impegno in difesa della dignità della donna continua ad avere successo nella realtà, anche se ancora esiste la necessità di molte tutele e diritti da concedere. Lei è stata sempre interprete della sofferenza degli emarginati, degli esclusi, delle vittime della violenza e della latitanza istituzionale e legale di fronte alla dilagante povertà.

 

 

Nel ’91 escono due suoi libri, una raccolta di poesie dal titolo “Viaggiando con passo di volpe” e un nuovo testo teatrale “Veronica, meretrice e scrittora”.

 

BAGHERIA

Il ’93 è l’anno della pubblicazione di “Bagheria”, un appassionante e tormentato viaggio autobiografico, (traslato in un film con lo stesso titolo del libro dal grande regista Tornatore), nei luoghi dove visse fino alla partenza per Palermo. Senza alcuna soppressione e senza reticenze, rivive le emozioni dell’arrivo nella terra di Sicilia, l’incontro con la vecchia zia Topazia, aristocratica caduta in miseria, i vicoli invasi a primavera dal profumo delle zagare, la sublime bellezza del verde degli aranceti e dei limoneti punteggiati dal giallo-oro delle arance e dei limoni, l’azzurro intenso e fluttuante del mare, in cui affondava l’azzurro del cielo, i bambini che si inseguivano nei giochi, il barocco di alcuni palazzi e delle chiese, le case dei poveri che erano attaccate agli alti edifici dei benestanti, le storie di mafia raccontate dalla zia o casualmente ascoltate da un grappolo di cittadini che in piazza, nei bar e per le larghe vie cittadine, commentavano i delitti e i sistemi brutali di tortura, messi in atto dalla delinquenza organizzata, ma anche i giorni di fame causata dalla mancanza di lavoro del padre che presto abbandonò la famiglia per trasferirsi a Roma, e dalle disagiate condizioni economiche della zia, che aveva svenato tutte le risorse familiari durante gli anni della guerra. A Palermo frequentò il liceo e poi volò verso Roma per raggiungere il padre.

CERCANDO  EMMA

Nello stesso anno, pubblica un altro romanzo “Cercando Emma”, in cui ripercorre la storia del romanzo “Madame Bovary” di Flaubert per capire le affascinanti avventure e trasgressioni sessuali della nobildonna, costantemente inquieta, insoddisfatta e delusa per il vuoto interiore in cui penzolavano le sue passioni, l’ardore del suo corpo e la profonda e dolorosa ferita nel cuore, che la spingeva nelle braccia di tanti uomini alla ricerca di qualche scheggia di gioia per poter apprezzare la vita. Dacia sembrava imbalsamata in quella storia tortuosa in cui si annidava un indecrittabile mistero. Allora nel suddetto romanzo Cercando Emma trae lo spunto per verificare una sua ipotesi sulle caratteristiche dell’autore di Madame Bovary. Chi è Emma,se non la volubile vicina di casa che tradisce suo marito,che trascura la pulizia della casa,che non ama la figlia,anzi la fa assistere ai suoi trasgressivi incontri,insomma Emma è la più amorale e disgustosa cosiddetta donna. Ma Gustave Flaubert era consapevole che tutto ciò che odiava in Emma era invece una auto proiezione, in virtù delle sue teorizzazioni sul romanzo che non avrebbe dovuto contenere niente di personale, ma solo riflettere la vita attraverso le parole dei suoi autori,ma in “Cercando Emma”,romanzo di eccezionale pregio,in cui la Maraini evidenzia il suo ventaglio di capacità narrative,sia sul piano linguistico-strutturale che nelle sue immersioni psicologiche tese alla decifrazioni dei nodi o della reale sorgente da cui sgorga il fluttuare dei suoi desideri,delle sue turbolente passioni, delle sue inappagate voglie sessuali, a dispetto del ruolo di neutralità che lo scrittore deve mantenere. In effetti,lo scrittore fu un disgustato amatore di donne, forse per il poco attraente aspetto fisico,controbilanciato dalle sue capacità di seduzione intellettuale, abbandonandosi talvolta ad amare anche uomini, come emerge da sue lettere scritte durante i suoi viaggi in Oriente. Inoltre il suo infinito attaccamento all’amore materno, gli impedì di assumere alcun impegno con alcuna donna. Certamente la madre, con un trattamento spesso feroce, costituì l’alibi più radicato in lui per nascondere la sua incapacità di portare a compimento iniziative apparentemente distorte. Anche con Louise Colet, che aveva numerose similitudini con  Emma,sposata con una figlia, la fiammata sentimentale durò solo otto anni, cioè il tempo per completare il suo famoso romanzo, per il quale aveva trovato in Colet,come fa osservare la Maraini, un Gustave esterno, femminile per poter avvalorare la sua teoria di neutralità dell’autore che cercò nella donna solo un modello di mediocrità. E rimane valida l’interpretazione psicologica delle preclusioni interiori di Flaubert, che in una pagina delle sue lettere scrisse a Louise: “ Che atroce lavoro,che noia!…Scrivere bene il mediocre e fare in modo che conservi il suo aspetto. Questo è veramente diabolico” Perché, infine, la vituperata Emma altro non era che una donna banale, incapace di sentimenti profondi, annoiata dalla vita esattamente come il suo autore. Il quale, forse, tentava di sfuggire alle leggi generali scrivendo, viaggiando, evitando ogni relazione profonda e, soprattutto, quella parte di sé che vedeva così bene in Louise e che descrisse, disgustato, in Emma. Ma la neutralità dello scrittore  sarà un imperativo categorico del Naturalismo.
Certamente concluse con lo svelamento parziale di un comportamento tempestoso, in cui traspariva la dissoluzione di ogni valore morale della dominante aristocrazia, già cariata economicamente e protesa a trovare diversi modi di appagamento per mascherare la sua imminente decadenza. Erano preferiti i rapporti sessuali per soddisfarli. Madame Bovary avvertiva dentro di sé l’assenza di certezze, l’instabilità dei sentimenti o l’incapacità di coltivare un amore, non solo con la congiunzione sessuale, ma anche di sentirsi il cuore invaso dal fuoco inestinguibile del corpo, sempre inappagato. La scoperta della propria identità è il traguardo desiderato dai personaggi della Maraini nell’inferno e nel caos dominante, finalizzati alla omologazione sociale o alla desertificazione dell’essere. Nel ’94, con il romanzo “Voci” la scrittrice apre una diversa pagina con un’altra interpretazione del tema della violenza sulle donne, che lei continua a proteggere dalla loro fragilità e dal loro rassegnato cedimento ad ogni violazione morale e corporale.

Un clandestino a bordo

Al centro delle sue opere successive, la Maraini affronta i grandi temi sociali, le precarietà della vita delle donne, i problemi dell’infanzia, nel breve saggio sulla modernità e sull’aborto, nel romanzo “Un clandestino a bordo”(1996).

 

 

E  TU  CHI  ERI?
Il libro-intervista “E tu chi eri?”,preparato tra il 68 e il ’72 e pubblicato prima nel 1973 e poi 1998. 26 grandi figure della letteratura, del cinema, dell’arte e della cultura in generale raccontano la loro infanzia. Il primo a 26 grandi figure della letteratura, del cinema, dell’arte e della cultura in generale raccontano la loro infanzia. Il primo approccio con la sessualità femminile di Carlo Emilio Gadda? La lettura del Pinocchio di Collodi: “La fata dagli occhi turchini, la serva che scende dal quinto piano, la lumachina, la capretta”.La casa d’infanzia da incubo di Anna Maria Ortese, a Tripoli: “Sembrava la casa dei fantasmi. Senza porte, senza finestre, col tetto metà coperto e metà no, il pavimento mezzo di pietra e mezzo di terra. Da questo pavimento di terra sbucavano scorpioni, topi, scarafaggi. Dalle porte aperte entravano gli sciacalli”.Il risentimento di Marco Bellocchio nei confronti della nonna: “Per anni l’ho odiata. Non solo perché mi puniva, ma perché voleva che io mi convincessi che agivo male. Qualsiasi cosa facevo, anche la più stupida, per lei era gravissima”.Eugenio Montale che ha lasciato la scuola ancora bambino: “Per noia. Poi perché ero cagionevole di salute. Nelle famiglie liguri c’era molta indulgenza verso il figlio minore. Non gli si chiedeva nemmeno di lavorare”.Giorgio De Chirico che trovava insopportabile la confidenza e l’affettuosità tra genitori e figli: “Perché è da gente molle. I padri e i figli che si parlano come compagni di scuola, che si sbaciucchiano, che si tengono per mano. Tutte manifestazioni delle trasgressioni dementi    del mondo intero”…E tu chi eri?– scritto tra il 1968 e il 1972, pubblicato per la prima volta nel 1973, ristampato alla fine degli anni ’90 e oggi  fuori catalogo – è un libro nato per caso. La rivista “Vogue” aveva commissionato a Dacia Maraini, allora giovane scrittrice e giornalista, un’intervista a Eugenio Montale. La Maraini, terrorizzata dal carisma e dall’importanza dell’intervistato (oltre che dalla sua fama di burbero), si era preparata numerose domande approfondite e meditate. Poi, una volta faccia a faccia con il celebre poeta, non era riuscita quasi a spiccicare parola. Con una vocina esile  aveva detto la prima cosa che le era venuta in mente, gli aveva chiesto di parlare un po’ della sua famiglia. Montale non era stato gentile e aveva trattato la giovane giornalista un po’ da “scemetta” (“Ha avuto un’infanzia felice? Non mi ricordo. Non ricorda niente della sua infanzia? No”) ma poi comunque aveva iniziato a raccontare, e ad ogni frase si scioglieva un po’ di più, si lasciava andare ai ricordi. L’intervista – malgrado le perplessità della Maraini – a “Vogue” era piaciuta molto: e l’infanzia divenne la cifra di tante altre interviste, quelle qui raccolte, nelle quali i grandi personaggi dell’arte e letteratura italiana, tra tenerezza e freddezza, si raccontano in modo molto diverso dal consueto. Dacia Maraini ha intervistato  Carlo Emilio Gadda, Anna Maria Ortese, Marco Bellocchio, Eugenio Montale, Giorgio De Chirico, Goffredo Parise, Liliana Cavani, Mario Schifano, Roberto Rossellini, Sylvano Bussotti, Michelangelo Antonioni, Natalia Ginzburg, Luca Ronconi, Claudio Abbado, Gae Aulenti, Alberto Moravia, Bernardo Bertolucci, Alberto Arbasino, Rossana Rossanda, Mario Soldati, Giorgio Strehler, Lalla Romano, Elio Petri, Renato Guttuso, Maria Callas e Pier Paolo Pasolini.
BUIO
Segue la raccolta di racconti della violenza sull’infanzia, in “Buio”(1999), vincitore dello Strega. Il buio Dacia Maraini lo ha conosciuto presto. Aveva appena 8 anni, nel ’43, quando conobbe l’orrore del campo di concentramento nel quale conobbe dolore, fame e ingiustizia. Il buio rappresenta l’asse costituzionale di ogni suo lavoro, nel quale il dolore per la sopraffazione è sempre presente, particolarmente dolore per le i bambini, per le donne, bersagli spesso troppo facili e per tutte le vittime di prevaricazioni e crudeltà, di discriminazioni sociali e umane. Lei, che ha avuto un’infanzia e adolescenza molto difficile, e che ha pagato sulla sua pelle e nel suo cuore, la strage dei sentimenti, come appare chiaramente nelle difficoltà e quasi in una resa incondizionata alla bufera giovanile dei sensi,fin dai volumi giovanili, ha geneticamente maturato la sua vocazione in difesa della dignità, particolarmente, dei deboli, con cui lei dialoga sia nella vita che nelle sue opere, che non sono frutto di elucubrazioni narcisistiche, ma sono documenti veri, in cui i deboli e le vittime di inaudite storie, si raccontano da sole davanti alla scrittrice che,in base alla sua diretta esperienza, li innalza sul proscenio della vita, da dove riesumano il loro percorso di dolore.  Questi racconti (che le valsero il Premio Strega) rappresentano storie mutuate dalle cronache “vere”, tra le più crude di sempre: storie di bambini abusati, di donne maltrattate, di “diversi” uccisi. Storie di vite sbagliate che vedono le vittime diventare conniventi o, peggio, carnefici a loro volta, in una sorta di circolo vizioso che pare non avere fine. Non cerca la lacrima facile, la scrittrice. Il linguaggio è asciutto e non tradisce le sottese emozioni. Ma, forse proprio per questo, l’orrore irrompe in tutta la sua crudezza, narrato come fosse anch’esso parte “normale” del quotidiano che ci circonda e di cui dimentichiamo l’esistenza, trascorsi i pochi attimi in cui le nostre coscienze sono scosse dall’ennesima notizia balzata agli onori  della cronaca. Carnefici fisici e morali sono sempre persone insospettabili, di cui  si fidano anche i genitori delle creature seviziate o abusate che si mascherano sotto il velo del perbenismo, per operare i loro imperdonabili crimini. Spesso le tante voci del coro violentate, sono bambini ingenui della stessa famiglia o formatori psicologici  che  deturpano per sempre la limpidezza di chi avrebbero dovuto formare. Sembra che la Maraini, personalmente ferita per l’intera umanità offesa, abbia voluto svuotare il sottosuolo delle coscienze di persone  mascherate dal prestigio sociale e dalla libidine del denaro, per soddisfare i più immondi ed efferati desideri. A rendere giustizia agli sconfitti, interviene la commissaria Adele Sofia, che con forbito intuito professionale, riesce a captare le invisibili inquietudini dei colpevoli, riuscendo sempre a snidare  i colpevoli sotto la maschera del perbenismo, che trasformano in un inferno la vita di chi vorrebbe viverla in una congiunzione di fraternità con tutti gli uomini.
La commissaria Adele  viene descritta come una professionista tenace,che crede fortemen  te  nell’utilità  sociale del proprio lavoro, che non si arrende di fronte a nessun ostacolo,pur di far trionfare la giustizia.  E’ affiancata dal Commissario Marra, anche lui convinto della sua funzione,ma che spesso appare rinunciatario,ma riprende le sue ricerche, stimolato dalla commissaria. Tra i due operatori delle forze dell’ordine,c’è solo collaborazione di lavoro e sincera amicizia. E poi c’è la schiera delle vittime  senza voce, che tacciono,perché sanno che nessuno crederebbe a loro,perché l’opinione pubblica  sta sempre dalla parte del più forte. C’è il povero bambino che,privo di genitori,viveva con il nonno,ma quando il vecchio si ammalò,il piccolo venne rinchiuso in una istituzione ad hoc. Qui ogni notte  veniva violentato da due uomini e, quando non riuscì più a liberarsi di tale macigno,fu ritrovato nel Tevere ucciso. C’è anche la ragazzina albanese,che viene spedita dai genitori in Italia ed è condotta a vivere con una ragazza rumena,ambedue costrette a prostituirsi sotto ricatto. Le due ragazze vennero liberate da tale schiavitù per l’intervento della polizia. Anche una sposa fedele, era costretta a sopportare rapporti promiscui con l’esempio del marito. La donna denunciò gli  abnormi rapporti , pur dichiarando di amare ancora il marito. E poi ci sono numerosi casi dolorosi che la Damaini denuncia con gli strumenti della letteratura, ricaricando il ruolo della letteratura alla rappresentazioni delle distorsioni etiche e psicologiche, alimentate particolarmente nelle frange più vilipesi e discriminate dalla sistema e dal giudizio sociale,sempre pronto a gridare “ Crucifigge,crucufigge”
DOLCE PER SE’
Del 1997 è il romanzo “Dolce per sé), in cui una donna matura e giramondo scrive una lettera ad una bambina per raccontarle i ricordi del suo amore per un giovane violinista, descrivere le città dei suoi viaggi, i concerti, aneddoti familiari. Vera ha cinquant’anni e compone il suo romanzo epistolare destinando le sue lettere a Flavia, la nipote bambina di Edoardo, il giovane violinista a cui è sentimentalmente legata. Scrive per sette anni, dal 1988 al 1995, anche quando la storia d’amore con Edoardo finisce, mantenendosi tuttavia sul filo di un’amicizia e, mentre si rivolge a Vera, è come se lasciasse riaffiorare la bambina che lei stessa è stata. È un leopardiano “dolce rimembrar” dove al ricordo amoroso dello zio Edoardo si intrecciano le molte altre storie che compongono un mosaico esistenziale: così agli appuntamenti concertistici si affiancano viaggi professionali, le fragili “mitologie familiari” si alternano ai divertiti giochi gergali degli innamorati. Nel ’98 raccoglie tutte le sue poesie scritte dal 1966 al 1998, con il titolo “Se amando troppo”.

AMATA  SCRITTURA  E FARE TEATRO
Tra il 2000 e il 2001 vengono pubblicati:”Amata scrittura”, in cui svela i particolari segreti del mestiere di scrittore con umiltà e passione. In “Fare teatro”(1966-2000) raccoglie tutte le sue opere teatrali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA  NAVE  PER  KOBE
“La nave per Kobe”, in cui riesuma i dolorosi ricordi, le sofferenze, le torture e l’incenerimento dei reclusi, assieme all’ansiosa attesa della agognata liberazione, insomma l’esperienza amara della ragazzina nella prigionia in Giappone.Nel 2003, escono “Piera e gli assassini”, il secondo libro scritto in collaborazione con Piera degli Esposti, e le favole di “La pecora Dolly”.

 

 

La letteratura, la famiglia e il mistero del corpo sono gli argomenti principali di “Colomba” (2004). Negli ultimi anni sono stati editi la raccolta di articoli “I giorni di Antigone”(2006) Questo testo raccoglie gli articoli scritti negli ultimi anni da Dacia Maraini per il “Corriere della Sera” e il settimanale “Io Donna”. Gli eventi che hanno segnato la cronaca in Italia e nel mondo vengono interpretati dallo sguardo di una scrittrice da sempre impegnata sul fronte politico e sociale, attenta a denunciare i soprusi contro le persone e contro la natura, ugualmente vittime della ferocia e dell’ingordigia. In particolare, l’autrice si sofferma sulla condizione delle donne e sui loro diritti troppo spesso negati. Questo libro sottolinea così l’importanza della partecipazione personale, del coraggio delle proprie idee e della fiducia nella possibilità del cambiamento in un mondo che è e vuole essere ricco di differenze, incontri, dialogo.

Il saggio successivo “Il gioco dell’universo”, scritto in collaborazione con il padre.

 

 

 

 

IL TRENO DELL’ULTIMA NOTTE
Nel 2008 esce “Il treno dell’ultima notte” che ci offre l’ immagine di una scrittrice che, dopo aver esplorato le piaghe dell’interiorità umana, ora si cimenta con una terribile storia che ha tragicamente segnato il cammino umano nel corso degli anni dei totalitarismi, della seconda guerra mondiale e dopo, quando a Yalta le potenze vittoriose decisero i nuovi assetti territoriali europei, con lo spezzettamento della Germania in due: quella orientale fu sottoposta al dominio dell’URSS, quella occidentale spezzettata in tre parti, assegnate alla Francia, agli USA e alla Inghilterra. Successivamente la Germania occidentale fu riunificata, quella orientale rimase alla URSS, che le separò innalzando un muro come confine, il cosiddetto “Muro della vergogna”, per impedire la fuga dei cittadini verso Ovest, nella Germania libera. Il muro di Berlino fu abbattuto nel 1989, quando in URSS fu affidato il potere a Corbaciov, che inaugurò un nuovo corso della storia, definito “perestroika”.Protagonista del romanzo è una giovane giornalista, Amara che compie un viaggio verso i luoghi dello sterminio e della “soluzione finale” durante la guerra, e arrivare in URSS per realizzare un reportage sugli avvenimenti, i capovolgimenti politici e le condizioni sociali ed economiche in Europa, durante e dopo lo scempio umano. Il viaggio persegue l’obiettivo di mantenere viva la memoria delle stragi e delle devastazioni, dei soprusi e delle persecuzioni, e le conseguenze della barbarie della guerra, scatenata dai totalitarismi che già avevano ucciso, torturato e bruciato vivi, i loro concittadini avversari, i prigionieri nei campi di sterminio, suscitando orrore e paura dovunque, affinchè l’umanità ricordi sempre l’orrore delle stragi, le molte trasgressioni e l’olocausto compiuti dalle dittature, per evitare il ripetersi delle stesse atrocità e lo scorrere di fiumi di sangue di creature innocenti. La difficile impresa prende l’avvio nel 1956, dopo che i sovietici invasero l’Ungheria in rivolta contro i dominatori, bombardarono chiese, palazzi e monumenti, seminando terrore e morte sotto le cinghie dei carro armati. Partita da Firenze su un treno squallido, simile ai blindati che trasportavano i prigionieri nemici verso i lager nazisti, il secondo obiettivo di Amara era la realizzazione di un reportage sulle conseguenze del conflitto mondiale, gli strazi di persone, le macerie di palazzi, di monumenti, di chiese, l’economia distrutta, il dilagare della miseria, i mutamenti di regimi, la spartizione della Germania: la parte orientale fu assegnata all’URSS, quella occidentale fu suddivisa tra le potenze vincitrici: Inghilterra, Francia e USA, ma successivamente le potenze dominanti decisero di unificare le tre parti e nacque la Germania Occidentale dove fu innalzato un muro come confine che attraversava la capitale Berlino, creando una deleteria situazione per i membri di tante famiglie, a cui era precluso il passaggio oltre il muro e costringeva le famiglie divise di stare insieme, anche per sapere le condizioni di salute dei propri familiari reclusi al di là della cortina. Quasi subito la Germania Est rimase sotto il dominio sovietico, che instaurò un governo comunista guidato in maniera assoluta dal modello sovietico di Stalin che, nel partito comunista, si era sbarazzato dei suoi antagonisti, aspiranti al potere, con la loro soppressione dei suoi oppositori nella presa del potere, controllato dal partito unico di Mosca. Quella Ovest fu riassorbita nella NATO, una organizzazione militare che associava le libere nazioni dell’Europa Occidentale e gli l’USA, con il compito difensivo contro il nemico aggressore e di bloccare i progetti di espansione dell’URSS, ed evitare il dilagare del comunismo in tutto il vecchio Continente, imponendo dovunque la dittatura del Comunismo sul modello del marxismo stalinista, e con la paura che l’occidente subisse i tormenti e la soppressione di ogni forma di libertà, trasformando in un macrolager tutta l’Europa. La NATO doveva contrastare con le armi lo straripamento dell’URSS nella Germania Occidentale e in tutto l’Occidente, dove avrebbe soppresso ogni forma di diritto, di libertà e di opposizione.
In tale situazione, si determinò, come strumento di contrasto, la guerra fredda, gestita dai servizi segreti delle Nazioni avversarie. Occorrerà attendere mutamenti politici in URSS, per poter avviare trattative complicate per abbattere il” muro della vergogna”, consentendo alle due Germanie di riunificarsi in uno solo Stato, quando all’interno del Partito Comunista Russo prevalse un uomo nuovo, Corbaciov, dalle idee di apertura e di pacificazione tra i popoli, che acconsentì alla riunificazione tedesca e alla demolizione del vergognoso muro. In Occidente dilagò la libertà e la democrazia che garantiva l’applicazione del diritto a tutte le fasce sociali e molto rispetto degli avversari, senza intaccare o condizionare la volontà dei cittadini. Amara era a Budapest e assistette alla morte di ungheresi straziati dalle cinghie dei carri armati russi, che erano intervenuti per sedare una violenta protesta del popolo ungherese, che reagiva con le armi ai soprusi sanguinari e liberticidi della dittatura comunista. Sconvolta dalle immagini di morte e dal sangue che si espandeva in tutta la città, Amara rinunciò a proseguire il viaggio verso la Russia e deviò il suo itinerario verso la Germania, con la speranza di poter raccogliere notizie su Emanuele. Di lui portava sempre con sé le lettere e un quaderno nero, su cui il giovane aveva annotato il suo indirizzo, che un ignoto le aveva spedito. Perciò sapeva dove cercare, il campo di sterminio nazista. Ma nessuno dei consultati lo conosceva e lei approfittò del momento per raccogliere notizie recenti su quel luogo per arricchire il suo reportage. Seppe anche che gli archivi del lager erano stati aperti al pubblico per una pacata consultazione. Amara decise di consultarli in cerca del nome del suo ragazzo d’infanzia. Incominciò a sfogliare le pagine dei fascicoli e, dopo una lunga ricerca, Emanuele apparve come un ragazzino suscitando nella mente di Amara la visione di un fantasma. Sotto la sua foto sbiadita dall’umidità, erano state annotate le sue credenziali, il giorno e il mese della sua fine e anche il luogo dove era stato inumato. Avrebbe voluto scavare in quel tumolo di terra, ma non lo fece, perché immaginava di trovare altri cadaveri ammassati e in fase di putrefazione avanzata, dopo tanti anni. Non voleva più vedere niente, perciò abbandonò l’idea di entrare in Russia, dove avrebbe visto altre scene strazianti, di soppressione o improvvisa e misteriosa scomparsa dei nemici del comunismo, che ne contestavano l’azione di governo, facendo una dura opposizione, e portare avanti la difesa dei diritti della marea proletaria, seguendo le indicazioni de IL CAPITALE di Carlo Marx. In Occidente, si instaurarono al potere governi democratici, legiferando per sollevare dallo squallore e dalla fame milioni di persone che erano definite “servi della gleba”, cioè esseri che non contavano nulla, perché erano nullatenenti, s’impegnarono per incentivare la rinascita economica e redassero la carta costituzionale, che garantiva la tutela della pari dignità di tutti i cittadini, il diritto al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione, un sistema giurisdizionale uguale per tutti, il diritto della libertà di espressione, di organizzazione dei partiti e dei sindacati e, tra tanto altro, anche di scegliere liberamente con il voto i propri governanti. L’inchiesta di Amara acquista anche la funzione di comparazione tra le due realtà istituzionali, nate dopo la guerra. Nelle nazioni occidentali, i cittadini con la libertà di voto scelsero la tipologia democratica di governo: nella parte Orientale egemonizzata dall’URSS, il governo fu affidato dal Comitato Centrale a uomini del partito comunista che, senza avversari in parlamento, governarono anche nei paesi satelliti dell’URRS, con il modello dittatoriale stalinista, che prevedeva il comando assoluto del dittatore e la soppressione di ogni forma di libertà, legiferando a favore della casta del partito, mentre il proletariato affondava nella miseria o veniva divorato dalla fame e dai soprusi o negazioni del potere o falciati con la morte di Stato o con la reclusione degli avversari e nemici, anche nel partito. nei gulag della Siberia, da dove sarebbe stato impossibile tornare. La storia racconta che le vittime dello stalinismo furono più di sei milioni per lo più intolleranti della politica repressiva del governo. L’analfabetismo favoriva la pulizia ideologica di Stalin, che non esitò a fare uccidere anche membri importanti del partito, interpreti dell’ideologia comunista in maniera dissidente, distante o opposta alla reale linea politica del marxismo. Il grande scrittore Ignazio Silone, giovanissimo, entusiasmato dal partito dell’uguaglianza, vi aderì e nel 1921, nel congresso di Livorno, contribuì alla nascita del P.C.I., con l’incarico di segretario della gioventù comunista, ma quando nel congresso dell’internazionale socialista, svoltosi a Mosca nel 1927, scoprì il carattere monolitico del partito e le lotte fratricide interne per la contesa del potere, deluso e disgustato, lasciò i compagni e proseguì per la sua strada. La sua decisione fu considerata tradimento, per cui fu costretto alla clandestinità fino alla caduta della dittatura in Italia e in Germania, più volte sfuggito agli agenti segreti del comunismo e del fascismo. Con la scomparsa di Emanuele, si spensero i sogni d’amore e Amara si concede un periodo di riflessione, rileggendo le lettere e il suo reportage, in attesa di riuscire a prendere una qualche pragmatica decisione. In questo suo capolavoro, in cui si afferma la necrosi dei sentimenti, delle speranze, delle ideologie e la catastrofe bellica genera due opposte e nuove ideologie come base dei rinati governi: Il marxismo e il capitalismo, che in realtà sono due diverse tipologie di dittatura, quella di stampo comunista che si insedia nell’Est europeo estendendosi fino alla Cina di Mao Tse tung, e il capitalismo che impone ai popoli il codice e la famelicità dei capitalisti, che, se hanno avuto il merito di aver prodotto il miracolo economico in Italia e il Occidente, sono anche responsabili della macelleria sociale, che ha inchiodato i lavoratori alla stritolante catena di montaggio, con retribuzione vergognosa, irregolare e insufficiente a sostenere una famiglia. Il romanzo che può emblematicamente essere sintetizzato come passaggio del candore dell’innocenza sentimentale individuale, agli orrori scoperti dall’esperienza, con una radiografia del periodo più recente della storia europea, eseguita sul filo segreto dell’amore e sviluppata con razionale passione, contiene tutti gli elementi individuali e collettivi, scansionati da una strumentazione linguistica polivalente, sempre limpida e adeguata allo spessore del tema trattato, che ne fanno un capolavoro tematico e linguistico. Nello stesso anno, 2008, la Maraini, senza manifestare la sua soddisfazione per l’imprevedibile successo del libro, subito tradotto in film, è già al lavoro, per confezionare la raccolta dei migliori suoi racconti ”La ragazza di Via Mequeda”, che si rivela una via di decantazione dell’angoscia provocata in lei, dalla scrittura del romanzo “Il treno della notte”.
LA SEDUZIONE  DELL’ALTROVE
Nel 2010, l’instancabile Maraini torna ai suoi lettori con il volume “La seduzione dell’altrove”.

 

 

Nel 2011 con “La grande festa”, la scrittrice ci propone una sincera e struggente rassegna di memorabili sue storie intime, private e pubbliche, di felicità e di dolore, mescolati in un libro, denso di emozioni. Il linguaggio esplora in profondità l’emersione di un frammento di dolce ricordo o di un affetto vissuto intensamente con quelli che abbiamo amato e non sono più con noi, ma sono andati ad abitare in un ineffabile paese. I sogni e i ricordi rimangono come segni del loro passaggio per questi luoghi, in cui si confondono le varie epoche della vita. ”un’isola sospesa sulle acque, dai contorni sfumati e frastagliati”.Così, attraverso il filtro essenziale della memoria e del sogno, Dacia Maraini in questo libro intensamente intimo ci racconta, come in Bagheria, di coloro che l’hanno amata e che lei ha amato, di cui ora sopravvivono solo i ricordi “nel giardino dei pensieri lontani”:rievoca il forte legame d’affetto con la sorella Yuki, il padre Fosco, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Moretti, l’ultimo compagno della sua vita scomparso prematuramente per un male crudele, una frastornata Maria Callas. Perchè il racconto ha il potere di accogliere e riabbracciare come in una grande festa, le persone amate, restituendo il momento della fine, che oggi si tende più a negare, a nascondere quel sentimento estremo di bellezza e di consolazione che gli è proprio. Dacia Maraini, con questo libro ci regala una storia sincera e struggente di sé, un libro forte di una vita vissuta fino in fondo con coraggio, senza veli di simulazione, di mistificazione o di vergogna, dimostrando ancora una volta il ritratto di una narratrice del limpido battito del cuore.
L’AMORE  RUBATO

Nel 2012 con “L’amore rubato”, la Maraini si immerge in racconti di storie intime e dolorose di donne forti che hanno lottato, a volte hanno perso, ma non si sono arrese. Le protagoniste combattono una battaglia antica e attuale contro gli uomini che si dimostrano sempre più incapaci di ricambiarle, di confrontare con il rifiuto il desiderio per queste donne, mariti, amanti, compagni che si rivelano ragazzini che stentano a crescere, e confondono la passione e il possesso e, per questo l’amore lo rubano:alle bambine che non sanno, alle donne che si donano troppo, coma Marina che si ostina a cadere dalle scale, con Ale che si ostina con incrollabile determinazione a impedire di venire al mondo il frutto di una violenza, e ancora come Angela che si autoaccusa per le parole della Chiesa di colpe che un’antica misoginia attribuisce alla prima disobbedienza femminile (di Eva).In tutte queste storie ben affilate e perfette, dure e capaci di emozionare e di indignare per cui si dipana il racconto di un mondo diverso, fra coloro che vedono nell’altro una persona da rispettare e coloro che, con antica testardaggine, considerano l’altro un oggetto da possedere e schiavizzare.

 

 

CHIARA D’ASSISI
ELOGIO DELLA  DISOBBEDIENZA
Nel 2014, con “Chiara d’Assisi-Elogio della disobbedienza”, la scrittrice regala alla storia letteraria contemporanea e al suo intenso percorso personale di scrittrice un gioiello di sublime spiritualità, immergendosi nell’esplorare la vita, la scelta religiosa della ragazza, dopo l’incontro provocatorio e intimamente religioso con Francesco d’Assisi che si era spogliato delle sue vesti e rinunciato al patrimoni familiare pubblicamente contro la volontà del padre, un ricco mercante fiorentino, illuso di trasferire al figlio la propria attività. A differenza della scrittrice, Chiara rimane vittima della parola negata dalla volontà paterna che impediva alla figlia di poter realizzare la sua vocazione di preghiera e di ritirarsi tra le mura di un convento a vivere, come Francesco, in povertà, per poter ascoltare la voce della coscienza che gli suggeriva di intraprendere il suo cammino esistenziale al servizio della fede. Chiara ha tredici anni, quando assiste all’azione di rivolta di Francesco all’imposizione paterna e avverte dentro di sé il fuoco della chiamata di Gesù, disobbedendo alle convenzioni familiari del tempo, quando i padri erano padroni del destino dei figli. La coraggiosa scelta della disobbedienza viene esaltata dalla Maraini che, anche in questo modo, ci consegna un esempio di libera e coraggiosa scelta del nostro destino. E, con la scelta di libertà di abbracciare la fede come destino, traccia il ritratto di Chiara, prima donna, poi santa tormentata nel corpo, ma felice di essere stata accolta nell’abbraccio divino e di poter vivere intimamente il dono della spiritualità.  La scelta di disobbedienza di Chiara, in un periodo repressivo e misterioso, quando la donna doveva solo obbedire senza alcuna reticenza, con gravi minacce e violenze, anticipa l’esigenza di ridare dignità e libertà, senza alcuna rivendicazione protestataria, ma realizzando ciò che molte donne non hanno potuto fare: conciliare un’adesione formale alle regole misogene, disposte dall’alto, con una scelta di libertà della propria religione, con autonomia di pensiero e una libertà anche psichica.

 

LA BAMBINA E IL SOGNATORE
Uno dei più recenti romanzi della Maraini è “La bambina e il sognatore”, che già nel titolo rivela la svolta tematica della scrittrice che si incanala verso la riscoperta delle radici del sentimento paterno, quello del protagonista, il maestro elementare Nani Sapienza, che si affida al sogno per poter ritrovare la sua vera identità interiore nel ricordo della piccola Lucia, verso la quale nutriva un amore immenso. Così, mette a nudo l’intero itinerario della propria esistenza, le sue illusioni, le sue speranze, le certezze e le incertezze, i dubbi e gli interrogativi irrisolti, la sua inespugnabile fede nella famiglia, l’amore incontenibile per Martina, la sua bambina morta a causa di un’inguaribile malattia, lasciando nel cuore del genitore un’insanabile ferita. Il dolore straziante si è trasformato in ossessione che spesso genera abbagli nella mente del padre, tanto da immaginare di vedere sempre la figlia accanto a lui. Anche nel sogno si riflette la visione della figlia che va a visitarlo, avvolta nella nebbia e gira lo sguardo verso di lui, svanendo improvvisamente in un vortice di uccelli bianchi. Con le sue fittizie illusioni, il maestro contagia l’intero paese e, raccontando storie ai suoi allievi di quarta elementare, ne sollecita la riflessione sul loro contenuto, per trarne il significato morale e un insegnamento di vita. Con l’applicazione di tale spontanea metodologia, il maestro riesce a rendere maturi gli alunni, consolidando in loro la capacità di ragionare su tutto. Ora la Maraini, dopo aver analizzato le problematiche giovanili e femminili, i problemi sociali, sentimentali, e le conseguenze del Male, che corrode la radice di ogni sentimento, della ragione e dell’intera storia dell’uomo, riducendo tutto alla distruzione e alla sconfitta, individua una forza redentrice in una diversa e più concreta metodologia di insegnamento scolastico, non mnemonico, ma fondato sulla narrazione di storie reali, che svolgono una più autentica e matura conoscenza e l’assimilazione dei più autentici valori della vita. o d’amore con la conseguente scoperta di una implacabile disperazione interiore, scaturita dalla desolante delusione sessuale dopo la frantumata illusione di ebbrezza alla fine di ogni rapporto fedifrago disciolto nella ossessiva e tormentosa fatuità.

 

HO SOGNATO UNA STAZIONE

Ha sognato una stazione lei, Dacia Maraini; due valigie di tela chiara e un treno che non arrivava. Ma poi quel treno e’ arrivato e lei e’ partita tante volte. E noi con lei. Attraverso le sue parole, i suoi libri; attraverso l’incanto dell’immaginazione e la bravura di Dacia nel raccontarci…I temi trattati, in questo nuovo libro di Dacia Maraini (una conversazione con Paolo Di Paolo), sono i soliti che stanno a cuore alla scrittrice; così come solite sono le persone da lei amate e soliti i luoghi che hanno segnato la sua vita…E così ecco ancora il Giappone e quella nave per Kobe; dopo, al ritorno dal Giappone, Bagheria e la Sicilia. Quella Sicilia che poi, per molti anni, Dacia rifiuterà, quasi volesse tagliare ogni ponte con l’isola; ma quell’isola ritornerà, con i suoi legami indissolubili, la sua tenerezza, la sua bellezza..Tanti altri luoghi, tanti paesi lontani e vicini, l’Africa e il Brasile; Roma e l’Abruzzo..La bella mamma che continuamente raccontava storie alla piccola bambina dai capelli biondi; quel padre che Dacia crede d’aver amato tanto, probabilmente più di quanto sarebbe lecito amare un padre. E le due sorelle, Yuki e Toni. E la morte di una delle sorelle..L’amore per Moravia; l’amicizia con Pasolini; e poi un altro amore, e una bimba, Flavia, a cui raccontare e a cui rimanere legata quando quell’altro amore già sarà finito…La passione per la scrittura e la lettura e per il teatro. La musica. L’impegno sociale. La voglia di viaggiare. Viaggiare per capire; viaggiare leggendo per scrivere poi; scrivere per raccontare, per trasportare, per far partire noi lettori da quella stessa stazione dove lei aspettava quel treno che sembrava non arrivare, ma che poi e’ arrivato! L’infanzia segnata dalla guerra, il desiderio di vivere ascoltando e raccontando storie, il teatro, gli incontri, i viaggi attraverso i cinque continenti, di stazione in stazione. E poi l’impegno civile, lo sguardo attento alle ingiustizie del presente: la guerra, il terrorismo, le offese ai bambini, alle donne, alla natura. Dacia Maraini parla di sé, delle tappe e delle ragioni di un lungo percorso di scrittura e di vita. Con la passione e la sensibilità che mette in gioco nei suoi romanzi e nel dialogo generoso con migliaia di lettori in tutto il mondo.
CORPO FELICE (Rizzoli 2018)
“Quando ho perso mio figlio, con cui conversavo di notte sotto le coperte e a cui raccontavo del mondo
aspettando che nascesse; quando a tradimento quel bambino con cui giocavo segretamente e che già tenevo in braccio prima ancora che avesse aperto gli occhi è morto, sono stata sul punto di morire anch’io.”
“La prima cosa che ritengo opportuno precisare è che non si tratta di un romanzo, ma di una lunga riflessione. Ecco, sì, credo che questa sia una nomenclatura abbastanza corretta, per quanto insolita, del libro che avete tra le mani. Una riflessione che ha origine da uno dei momenti più dolorosi che possa esserci nella vita di una donna: la perdita di un bambino durante la gravidanza. Dopo aver trascorso una gravidanza a letto, come raccomandato dai dottori, cercando di trattenere in vita quel bambino, nonostante le minacce di aborto costanti, al settimo mese qualcosa non va per il verso giusto. Il bambino smette di respirare, il dottore ritarda ad arrivare e una madre che tanto ha desiderato quel figlio, è costretta a dare alla luce un figlio senza vita. Un figlio che non ha mai visto la luce del mondo e che non merita neanche un funerale.” Ma quella donna resta e resterà per sempre una madre, la madre di un bambino mai nato che continuerà a sognare per tutta la propria vita. È questo il filo conduttore di questa lunga riflessione, in cui l’autrice si rivolge per tutto il tempo a suo figlio, non limitandosi a immaginarlo crescere, imparare, vivere ma anche sbagliare. Attraverso le esperienze delle amiche mamme, infatti, l’autrice immagina quello che sarebbe potuto diventare il suo bambino mai nato: dall’essere un bambino educato e sensibile a diventare una sorta di delinquente nell’età adolescenziale, per poi diventare uomo grazie alla scoperta dell’amore per una donna, ed è solo a questo punto che l’autrice sarà pronta a dirgli addio, immaginandolo ormai felice e realizzato. Dacia, parlando del suo libro, non perde occasione per sottolineare come il cristianesimo sia, tra le varie religioni, una delle più maschiliste e vessatorie nei confronti delle donne, senza darlo a vedere. Sono tantissimi i riferimenti che l’autrice fa a storici e filosofi di ogni tempo che, nel tempo, hanno contribuito a diffondere la loro idea di donna. Molto spesso uomini intelligentissimi e istruiti, parlano di inferiorità della donna. Secondo Dacia, le donne, nonostante i tanti risultati ottenuti negli ultimi tempi, non possono non risentire di tutto quello che per secoli si è scritto e si è detto a svantaggio dalla femminilità. Un libro femminista, quindi, di quelli che non possono non piacere da una donna intelligente e di cultura che non smette per un a me, ricco di citazioni e riferimenti bibliografici, scritto secondo di mischiare le proprie vicende personali alle proprie riflessioni, scontrandosi con un figlio mai nato che a un certo punto sembra ribellarsi contro tutti gli insegnamenti materni, considerando le donne come un oggetto sessuale di poco valore. Corpo felice è un libro che tutte le donne dovrebbero leggere, perché è giusto che le donne leggano e discutano di questi argomenti, magari arrivando a parlarne tra di loro e insegnando qualcosa di più alle proprie figlie, come indirettamente suggerisce l’eroica penna, intelligente e colta, come quella di Dacia Maraini.

TRE  DONNE  UNA  STORIA D’AMORE E DISAMORE
Nel nuovo romanzo, intitolato “TRE DONNE. UNA STORIA D’AMORE E DISAMORE, la scrittrice, oltre a riconfermare la sua costante prolificità creativa, nonostante la lunga e corposa attività culturale, prosegue coerentemente l’esplorazione del macrocosmo interiore della donna, incentrando la sua linea di ricerca nel cespuglio inestricabile del cuore, ascoltandone il battito del sentimento d’amore in tre donne, espressione di tre generazioni, fin dall’incipit del romanzo, risucchia il lettore subito nella matassa delle connotazioni linguistiche e sentimentali, collocando ex abrupto sulla scena i tre personaggi protagonisti: Gesuina, la energica nonna che affida ad un registratore le sue disinibite osservazioni sull’attrazione per il fornaio, ridicolizzandolo ingenuamente nelle sue inibizioni sentimentali e fisiche nell’approccio al rapporto sessuale e, nel contempo, emblematicamente, registra il percorso amoroso robusto, nonostante la lontananza dell’oggetto scrutato nella sua fragilità, incapacità e incertezze, paradigmato su un prototipo affettivo durevole, anche se precario. Maria, la madre che è impegnata nella traduzione di opere straniere, è particolarmente immersa nella traduzione di Madame Bovary, dal cui costantemente lacerato desiderio della storia sentimentale della protagonista del romanzo, suggerisce alla donna di scrivere lettere all’amato lontano, allegoria illusiva della resistenza e sopravvivenza del vero amore che risulta convalidato nella sua astrazione. La terza donna, Lori (Loredana) è il simbolo dell’attuale generazione che si illude di poter godere di un piacere infinito e soddisfacente, ricercando frequentemente esperienze sessuali con ogni tipologia umana e sociale, senza alcuna distinzione di classe. La sua voluta disponibilità ad ogni specie d’amore, la rende simile ad altre donne della letteratura mondiale che si prodigano a placare gli appetiti sessuali di uomini esclusi dalla lontananza e dallo scorrere implacabile del tempo, che li lega ai ceppi di un massacrante ed indispensabile lavoro. La ragazza, irruente e contraddittoria, ma forse anche certa di non poter essere capita dalla madre e dalla nonna in questa sua esigenza imperativa che per lei è utile a sedare l’esplosione di vulcani nel subconscio, flagellato dalla crudeltà e dalla barbarie che alimentano le più squallide azioni umane. Allora, mentre afferma di odiare i diari, in realtà ne scrive uno che tiene nascosto nella fessura di una parete della sua stanza. Il romanzo, a differenza di altri, è strutturato con monologhi sovrapposti, con l’obiettivo della scrittrice di creare con tre voci non consone nella diversità delle visioni del contenuto, un libro teatrale, dove le tre donne declinano temi universali come l’amore, scandito da tre generazioni in tutte le sue forme. I personaggi, che sono caratterizzati anche linguisticamente, con la loro genetica parlata in prima persona, che riflette diversi patrimoni linguistici, con cui si misura la capacità della scrittrice nel difficile rapporto tra scrittore e parola, tra linguaggio scritto e quello parlato, che spesso risulta commistionato dalle esigenza della lingua ufficiale di trasformarsi in versione mimetica per pianificare la visione di una omogenea modalità espressiva, mentre la lingua scritta non potrà conseguire tale esito per l’asimmetrico innesto di sintagmi, stilemi e fonemi delle lingue straniere e di quelle dialettali e gergali, interrompendo la fruizione del testo o respingendone la lettura. “Una storia d’amore e disamore” è il nuovo omaggio di Dacia Maraini alle donne sotto forma di inno alla libertà di scrivere e di amare. Non sorprenderà, quindi, che le due dimensioni nel libro, come nella vita dell’autrice, si intreccino indissolubilmente. Scrivo dunque amo, amo dunque scrivo. Anche in questa nuova prova narrativa, la Maraini continua a costruire gli elementi fondativi di una società, che promuove la donna al ruolo di protagonista della libertà di scrivere, mettere a confronto vari tipi di amare, e con loro erge un inno alla totale libertà della creatura femminile.  La lettura immerge subito nella materia, linguistica e sentimentale, del romanzo presentando i tre personaggi eponimi: Gesuina, l’energica nonna che ad un registratorino affida commenti disinibiti sull’attrazione per il fornaio, oppure una comica descrizione geografico-anatomica dei sederi; Maria, la madre, stilografica alla mano che, quando non traduce “Madame Bovary”, scrive lettere all’amato lontano; Lori, la figlia adolescente, irruenta e contraddittoria, che dichiara di odiare i diari mentre ne scrive uno ed è impegnata a cercare un posto per nasconderlo. In questo recente romanzo, l’autrice non tralascia di mettere in campo nessuna delle sue esperienze, di donna  e di scrittrice. Anche di pièces teatrali. Il romanzo, organizzato per monologhi giustapposti, appare come il frutto di una «scommessa letteraria di creare tre voci diverse» e il risultato è un «libro teatrale» (queste le parole dell’autrice stessa nel corso dell’incontro). In “Tre donne” si trovano declinati temi universali quale l’amore in tutte le sue forme (filiale, carnale) e il rapporto tra le generazioni, ma anche questioni più prettamente letterarie, a cominciare da una caratterizzazione dei personaggi che è in primo luogo linguistica. Dal momento che parlano in prima persona, cade ogni filtro autoriale e questa nuova prova della Maraini assume la valenza di un caso limite di quel difficile rapporto tra scrittore e parola a proposito del quale confessa «per me è un grattacapo». Durante la sua pluridecennale attività, però, a questo grattacapo ha fornito svariate e pluripremiate risposte (a cominciare da “Lunga vita di Marianna Ucrìa”, Campiello 1990, e “Buio”, Strega 1999), conferendo consistenza ad una chiara visione di come dovrebbe essere la lingua: nemici dell’italiano scritto sono da una parte una falsa esigenza mimetica di aderenza alla lingua parlata, dall’altra la commistione insensata e abusata con le altre lingue, da quelle straniere a quelle del gergo. Libro da leggere ad alta voce per apprezzarne l’immediatezza e respirarne il ritmo, “Tre donne. Una storia d’amore e disamore” è il nuovo omaggio di Dacia Maraini alle donne sotto forma di inno alla libertà di scrivere e di amare. Non sorprenderà, quindi, che le due dimensioni nel libro, come nella vita dell’autrice, si intreccino indissolubilmente. Scrivo dunque amo, amo dunque scrivo.

 

IL DIRITTO DI MORIRE, (ed. SEM, 2018)
In una società in veloce trasformazione scientifica e in una disgregazione etica e di impudica e crudele modalità esistenziale, con la conseguente emarginazione nel lager della miseria e dei diritti negati agli indifesi, ai sommersi, ai disabili e alle donne schiavizzate dall’arroganza dei potenti del mondo, la tecnologia in travolgente e allucinante sviluppo ha trasformato radicalmente le abitudini quotidiane dell’uomo, riducendolo a oggetto di sfruttamento e di espoliazione delle connotazioni specifiche di creature, la Maraini nel suo recentissimo libro che ha come tema “Il diritto di morire” si cimenta con una molto discussa e contrastabile problematica straziante e con incerti e insolubili quesiti, relativi, non alla voglia di vivere dell’uomo, nonostante tutto, ma con il decreto di morte, legalmente stabilito, ma aborrito dall’etica naturale di ogni essere, attribuendosi il diritto di togliere la vita agli ammalati terminali, come se egli gliela avesse donata, negando loro anche il diritto di continuare a soffrire secondo l’insegnamento del loro credo. Il diritto di vita e di morte ha trionfato nei secoli più oscurantisti per la tirannide dei totalitarismi, che uccidevano quasi sempre per contrasti e lotte per la conquista o detenzione del potere assoluto. La Maraini che si è sempre schierata, con instancabile attività creativa e operativa, al fianco delle creature deboli e perseguitate, che ha subito bambina lo strazio della macchina della morte nel lager, che ha partecipato nelle più delicate contingenze della vita pubblica contro la rottamazione dell’etica politica e privata, con interventi obiettivi ed equilibrati in contenziosi di interesse generale, responsabili, costruttivi e utili alla coesione civile del nostro paese, ora, di fronte alla più orribile tortura imposta ad un corpo già debilitato dalla sofferenza, scrupolosamente si consulta con un grande giurista e costituzionalista, in un intenso drammatico e lacerante colloquio, in cui la morale da un lato e le leggi dall’altro faticano a tenere il passo. Eppure, certi argomenti, certe questioni impongono una riflessione attenta, puntuale, veloce. Dacia Maraini si consulta con il giurista Claudio Volpe sulla delicata questione del ‘fine vita’. È ammissibile che una persona decida di morire, a prescindere dalla sua condizione fisica e di salute? La libertà di togliersi la vita può essere considerata una libertà degna? Si tratta di un diritto che, in estremo, può essere sancito da una legge, tenendo conto che comunque la Costituzione afferma che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario» e che mai è consentito «violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana»? Dalle parole di Maraini e Volpe emergono molti spunti di riflessione, anche suscitati dalla cronaca di ogni giorno. Muovendosi fra il mondo giuridico-normativo e quello delle testimonianze dirette, della letteratura e della mitologia antica, “Il diritto di morire”, con parole semplici e un tono sempre riguardoso, perfino commovente, aiuta il lettore a ragionare senza pregiudizi di sorta, sempre al riparo dal luogo comune, su un tema cruciale della nostra contemporaneità.

TRIO, (Rizzoli, 2020)

“Trio” di Dacia Maraini, edito da Rizzoli, è un romanzo brevemente intenso e tragicamente attuale: uno spaccato di umanità narrato da un punto di vista squisitamente femminile che fa un salto nel tempo di oltre 300 anni per arrivare nella Sicilia martoriata dalla peste. La malattia che sconvolge l’isola, però, rimane come una cornice dolorosa e sospesa che accoglie la storia di due donne, legate da un’amicizia che risale all’infanzia, e dall’amore per lo stesso uomo, sposato a una e innamorato dell’altra. Una sorta di ménage à trois che stupisce, considerando i tempi in cui si colloca la storia, ma che lascia indifferenti le due donne, Annuzza e Agata, perché questa passione è talmente parte di loro da rasentare la normalità.
“In questi tempi di morte e di dolore, Agata mia, sento che il solo rifugio della mente, la sola certezza del futuro è la nostra amicizia. Cerchiamo di non guastare la solidarietà che ci lega, sarebbe un crimine”

La bellezza delle 100 pagine di cui si compone la storia scritta dalla Maraini sta tutta nella delicatezza con cui viene trattato l’amore: una malattia che colpisce le donne e dalla quale non si può guarire, secondo la vulgata, analizzata in maniera lieve e poetica (ma non per questo leziosa), come una compagna fedele che addolcisce la quarantena solitaria e divisa delle due amiche. Un romanzo epistolare in cui sono tracciate piacevolmente le sfumature di un sentimento pacato e al contempo forte, che rimane a vegliare, mentre nell’isola imperversa la morte, riempiendo di sogni l’animo di chi aspetta e di chi non sa, cullando un’incertezza che forse nessuno vorrebbe si trasformasse in qualcosa di più fermo.
È tutto immobile, sospeso, un’atmosfera perduta di cui la peste rappresenta un’eco portata dalle parole dei pochi visitatori, immaginata dai racconti ascoltati di chi ha sentito, che vive, tra l’isolamento e il crescendo delle superstizioni miste a paure, di terrore ma anche di speranze. “Trio” riprende il tema della peste di Messina del 1743 nel quale Dacia Maraini si era imbattuta 30 anni fa quando stava scrivendo “La Lunga vita di Marianna Ucria” e lo trasforma in un espediente sentimentale per tracciare, ancora una volta, un quadro al femminile intenso e pungente in cui è sempre la forza delle donne a fare la differenza. Ne nasce un romanzo delicato, che si legge come una carezza, in cui la purezza della scrittura è assoluto piacere e dove la nostalgia della separazione crea un universo ricco e capace di dare vita a un momento di lettura indimenticabile
Nel ’98 raccoglie tutte le sue poesie scritte dal 1966 al 1998, con il titolo “Se amando troppo”.Tra il 2000 e il 2001 vengono pubblicati:”Amata scrittura”, in cui svela i particolari segreti del mestiere di scrittore con umiltà e passione. In “Fare teatro”(1966-2000) raccoglie tutte le sue opere teatrali, e “La nave per Kobe”, in cui riesuma i dolorosi ricordi, le sofferenze, le torture e l’incenerimento dei reclusi, assieme all’ansiosa attesa della agognata liberazione, insomma l’esperienza amara della ragazzina nella prigionia in Giappone.Nel 2003, escono “Piera e gli assassini”, il secondo libro scritto in collaborazione con Piera degli Esposti, e le favole di “La pecora Dolly”, La letteratura, la famiglia e il mistero del corpo sono gli argomenti principali di “Colomba” (2004). Negli ultimi anni sono stati editi la raccolta di articoli “I giorni di Antigone”(2006) e il saggio “Il gioco dell’universo”, scritto in collaborazione con il padre. Nel 2008 esce “Il treno dell’ultima notte” che ci offre l’ immagine di una scrittrice che, dopo aver esplorato le piaghe dell’interiorità umana, ora si cimenta con una terribile storia che ha tragicamente segnato il cammino umano nel corso degli anni dei totalitarismi, della seconda guerra mondiale e dopo, quando a Yalta le potenze vittoriose decisero i nuovi assetti territoriali europei, con lo spezzettamento della Germania in due: quella orientale fu sottoposta al dominio dell’URSS, quella occidentale spezzettata in tre parti, assegnate alla Francia, agli USA e alla Inghilterra. Successivamente la Germania occidentale fu riunificata, quella orientale rimase alla URSS, che le separò innalzando un muro come confine, il cosiddetto “Muro della vergogna”, per impedire la fuga dei cittadini verso Ovest, nella Germania libera. Il muro di Berlino fu abbattuto nel 1989, quando in URSS fu affidato il potere a Corbaciov, che inaugurò un nuovo corso della storia, definito “perestroika”.Protagonista del romanzo è una giovane giornalista, Amara che compie un viaggio verso i luoghi dello sterminio e della “soluzione finale” durante la guerra, e arrivare in URSS per realizzare un reportage sugli avvenimenti, i capovolgimenti politici e le condizioni sociali ed economiche in Europa, durante e dopo lo scempio umano. Il viaggio persegue l’obiettivo di mantenere viva la memoria delle stragi e delle devastazioni, dei soprusi e delle persecuzioni, e le conseguenze della barbarie della guerra, scatenata dai totalitarismi che già avevano ucciso, torturato e bruciato vivi, i loro concittadini avversari, i prigionieri nei campi di sterminio, suscitando orrore e paura dovunque, affinchè l’umanità ricordi sempre l’orrore delle stragi, le molte trasgressioni e l’olocausto compiuti dalle dittature, per evitare il ripetersi delle stesse atrocità e lo scorrere di fiumi di sangue di creature innocenti. La difficile impresa prende l’avvio nel 1956, dopo che i sovietici invasero l’Ungheria in rivolta contro i dominatori, bombardarono chiese, palazzi e monumenti, seminando terrore e morte sotto le cinghie dei carro armati. Partita da Firenze su un treno squallido, simile ai blindati che trasportavano i prigionieri nemici verso i lager nazisti, il secondo obiettivo di Amara era la realizzazione di un reportage sulle conseguenze del conflitto mondiale, gli strazi di persone, le macerie di palazzi, di monumenti, di chiese, l’economia distrutta, il dilagare della miseria, i mutamenti di regimi, la spartizione della Germania: la parte orientale fu assegnata all’URSS, quella occidentale fu suddivisa tra le potenze vincitrici: Inghilterra, Francia e USA, ma successivamente le potenze dominanti decisero di unificare le tre parti e nacque la Germania Occidentale dove fu innalzato un muro come confine che attraversava la capitale Berlino, creando una deleteria situazione per i membri di tante famiglie, a cui era precluso il passaggio oltre il muro e costringeva le famiglie divise di stare insieme, anche per sapere le condizioni di salute dei propri familiari reclusi al di là della cortina. Quasi subito la Germania Est rimase sotto il dominio sovietico, che instaurò un governo comunista guidato in maniera assoluta dal modello sovietico di Stalin che, nel partito comunista, si era sbarazzato dei suoi antagonisti, aspiranti al potere, con la loro soppressione dei suoi oppositori nella presa del potere, controllato dal partito unico di Mosca. Quella Ovest fu riassorbita nella NATO, una organizzazione militare che associava le libere nazioni dell’Europa Occidentale e gli l’USA, con il compito difensivo contro il nemico aggressore e di bloccare i progetti di espansione dell’URSS, ed evitare il dilagare del comunismo in tutto il vecchio Continente, imponendo dovunque la dittatura del Comunismo sul modello del marxismo stalinista, e con la paura che l’occidente subisse i tormenti e la soppressione di ogni forma di libertà, trasformando in un macrolager tutta l’Europa. La NATO doveva contrastare con le armi lo straripamento dell’URSS nella Germania Occidentale e in tutto l’Occidente, dove avrebbe soppresso ogni forma di diritto, di libertà e di opposizione.
In tale situazione, si determinò, come strumento di contrasto, la guerra fredda, gestita dai servizi segreti delle Nazioni avversarie. Occorrerà attendere mutamenti politici in URSS, per poter avviare trattative complicate per abbattere il” muro della vergogna”, consentendo alle due Germania di riunificarsi in uno solo Stato, quando all’interno del Partito Comunista Russo prevalse un uomo nuovo, Corbaciov, dalle idee di apertura e di pacificazione tra i popoli, che acconsentì alla riunificazione tedesca e alla demolizione del vergognoso muro. In Occidente dilagò la libertà e la democrazia che garantiva l’applicazione del diritto a tutte le fasce sociali e molto rispetto degli avversari, senza intaccare o condizionare la volontà dei cittadini. Amara era a Budapest e assistette alla morte di ungheresi straziati dalle cinghie dei carri armati russi, che erano intervenuti per sedare una violenta protesta del popolo ungherese, che reagiva con le armi ai soprusi sanguinari e liberticidi della dittatura comunista. Sconvolta dalle immagini di morte e dal sangue che si espandeva in tutta la città, Amara rinunciò a proseguire il viaggio verso la Russia e deviò il suo itinerario verso la Germania, con la speranza di poter raccogliere notizie su Emanuele. Di lui portava sempre con sé le lettere e un quaderno nero, su cui il giovane aveva annotato il suo indirizzo, che un ignoto le aveva spedito. Perciò sapeva dove cercare, il campo di sterminio nazista. Ma nessuno dei consultati lo conosceva e lei approfittò del momento per raccogliere notizie recenti su quel luogo per arricchire il suo reportage. Seppe anche che gli archivi del lager erano stati aperti al pubblico per una pacata consultazione. Amara decise di consultarli in cerca del nome del suo ragazzo d’infanzia. Incominciò a sfogliare le pagine dei fascicoli e, dopo una lunga ricerca, Emanuele apparve come un ragazzino suscitando nella mente di Amara la visione di un fantasma. Sotto la sua foto sbiadita dall’umidità, erano state annotate le sue credenziali, il giorno e il mese della sua fine e anche il luogo dove era stato inumato. Avrebbe voluto scavare in quel tumolo di terra, ma non lo fece, perché immaginava di trovare altri cadaveri ammassati e in fase di putrefazione avanzata, dopo tanti anni. Non voleva più vedere niente, perciò abbandonò l’idea di entrare in Russia, dove avrebbe visto altre scene strazianti, di soppressione o improvvisa e misteriosa scomparsa dei nemici del comunismo, che ne contestavano l’azione di governo, facendo una dura opposizione, e portare avanti la difesa dei diritti della marea proletaria, seguendo le indicazioni de IL CAPITALE di Carlo Marx. In Occidente, si instaurarono al potere governi democratici, legiferando per sollevare dallo squallore e dalla fame milioni di persone che erano definite “servi della gleba”, cioè esseri che non contavano nulla, perché erano nullatenenti, s’impegnarono per incentivare la rinascita economica e redassero la carta costituzionale, che garantiva la tutela della pari dignità di tutti i cittadini, il diritto al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione, un sistema giurisdizionale uguale per tutti, il diritto della libertà di espressione, di organizzazione dei partiti e dei sindacati e, tra tanto altro, anche di scegliere liberamente con il voto i propri governanti. L’inchiesta di Amara acquista anche la funzione di comparazione tra le due realtà istituzionali, nate dopo la guerra. Nelle nazioni occidentali, i cittadini con la libertà di voto scelsero la tipologia democratica di governo: nella parte Orientale egemonizzata dall’URSS, il governo fu affidato dal Comitato Centrale a uomini del partito comunista che, senza avversari in parlamento, governarono anche nei paesi satelliti dell’URRS, con il modello dittatoriale stalinista, che prevedeva il comando assoluto del dittatore e la soppressione di ogni forma di libertà, legiferando a favore della casta del partito, mentre il proletariato affondava nella miseria o veniva divorato dalla fame e dai soprusi o negazioni del potere o falciati con la morte di Stato o con la reclusione degli avversari e nemici, anche nel partito. nei gulag della Siberia, da dove sarebbe stato impossibile tornare. La storia racconta che le vittime dello stalinismo furono più di sei milioni per lo più intolleranti della politica repressiva del governo. L’analfabetismo favoriva la pulizia ideologica di Stalin, che non esitò a fare uccidere anche membri importanti del partito, interpreti dell’ideologia comunista in maniera dissidente, distante o opposta alla reale linea politica del marxismo. Il grande scrittore Ignazio Silone, giovanissimo, entusiasmato dal partito dell’uguaglianza, vi aderì e nel 1921, nel congresso di Livorno, contribuì alla nascita del P.C.I., con l’incarico di segretario della gioventù comunista, ma quando nel congresso dell’internazionale socialista, svoltosi a Mosca nel 1927, scoprì il carattere monolitico del partito e le lotte fratricide interne per la contesa del potere, deluso e disgustato, lasciò i compagni e proseguì per la sua strada. La sua decisione fu considerata tradimento, per cui fu costretto alla clandestinità fino alla caduta della dittatura in Italia e in Germania, più volte sfuggito agli agenti segreti del comunismo e del fascismo. Con la scomparsa di Emanuele, si spensero i sogni d’amore e Amara si concede un periodo di riflessione, rileggendo le lettere e il suo reportage, in attesa di riuscire a prendere una qualche pragmatica decisione. In questo suo capolavoro, in cui si afferma la necrosi dei sentimenti, delle speranze, delle ideologie e la catastrofe bellica genera due opposte e nuove ideologie come base dei rinati governi: Il marxismo e il capitalismo, che in realtà sono due diverse tipologie di dittatura, quella di stampo comunista che si insedia nell’Est europeo estendendosi fino alla Cina di Mao Tse tung, e il capitalismo che impone ai popoli il codice e la famelicità dei capitalisti, che, se hanno avuto il merito di aver prodotto il miracolo economico in Italia e il Occidente, sono anche responsabili della macelleria sociale, che ha inchiodato i lavoratori alla stritolante catena di montaggio, con retribuzione vergognosa, irregolare e insufficiente a sostenere una famiglia. Il romanzo che può emblematicamente essere sintetizzato come passaggio del candore dell’innocenza sentimentale individuale, agli orrori scoperti dall’esperienza, con una radiografia del periodo più recente della storia europea, eseguita sul filo segreto dell’amore e sviluppata con razionale passione, contiene tutti gli elementi individuali e collettivi, scansionati da una strumentazione linguistica polivalente, sempre limpida e adeguata allo spessore del tema trattato, che ne fanno un capolavoro tematico e linguistico.

LA RAGAZZA DI VIA MEQUEDA

Nello stesso anno, 2008, la Maraini pubblica la raccolta dei migliori suoi racconti ”La ragazza di Via Mequeda”, È un percorso che nasce da lontano, quello di questo corposo e importante viaggio nei racconti di Dacia Maraini. Partiamo da una Sicilia fatta di mare e di vento, in cui l’autrice arrivò da bambina dopo le brutture della guerra. Lì, racchiusa in se stessa, trascorse i suoi lunghi anni Marianna Ucrìa, ma nelle strade snaturate delle sue splendide città, oggi si vendono prostitute bambine venute dall’Africa. Roma si lega al tempo favoloso degli anni giovanili, delle felici favole della classicità, dei voli verso continenti lontani, del tempo malinconico della disillusione. L’Abruzzo è la terra incantata della maturità, con le leggende di antiche civiltà, i boschi popolati di animali, le tradizioni, i terremoti che la devastano. Così il libro si rivela una via di decantazione dell’angoscia provocata in lei, dalla scrittura del romanzo “Il treno della notte”. Emanuele ama vedere volare gli uccelli e vorrebbe farlo anche lui, Amara lo segue ovunque, ma tra di loro ci sono delle differenze, lui è ricco, lei no; lui è un ebreo, lei no, quando la famiglia di Emanuele decide di rientrare a Vienna, la guerra imperversa e la deportazione degli ebrei è già cominciata, i due bambini si separano promettendo di scriversi sempre.. Romanzo storico pubblicato da Rizzoli nel 2009, “Il treno dell’ultima notte” di Dacia Maraini è ambientato nel 1956. Amara ed Emanuele si sono conosciuti da bambini su un albero di ciliegio e da allora sono diventati inseparabili.
“Un incontro non si sceglie ma si prende come un destino e quando è avvenuto, è compiuto per sempre.”
Emanuele ama vedere volare gli uccelli e vorrebbe farlo anche lui, Amara lo segue ovunque, ma tra di loro ci sono delle differenze, lui è ricco, lei no; lui è un ebreo, lei no, quando la famiglia di Emanuele decide di rientrare a Vienna, la guerra imperversa e la deportazione degli ebrei è già cominciata, i due bambini si separano promettendo di scriversi sempre. Ma a separarli c’è l’orrore, la tragedia di quello che è stato l’olocausto.
Diversi anni dopo Amara diventa giornalista e non avendo ricevuto più notizie dal suo Emanuele, decide di andare a cercarlo. Comincia così un lungo viaggio alla ricerca della verità.
“È un treno lento che arranca sulle rotaie. Si dirige verso nord. Amara se ne sta seduta composta, in preda a una sorta di eccitazione sonnolenta. Il primo lungo viaggio della sua vita. Un treno che si ferma a ogni stazione, ha i sedili decorati da centrini fatti a mano e puzza di capra bollita e di sapone al permanganato. Sono gli odori della guerra fredda che ha diviso i paesi dell’Ovest da quelli dell’Est, segregandoli con muri, fili spinati e soldati armati di fucile.”
Amara si troverà a visitare il campo di Auschwitz dove dietro il cancello principale appare in ferro battuto la famosa frase “Il lavoro rende liberi”. E nella sua mente riaffiorano alcune parole rimaste impresse: “Per me si va nella città dolente. Per me si va fra la perduta gente”. Amara continua  a leggere le lettere inviatele da Emanuele, lo hanno buttato fuori dalla sua villa di Vienna e portato nel ghetto di Lòdz e molte delle cose che scrive la colpiscono dritte al cuore.
“Sai che non riesco più a sognare? Cosa significa secondo te quando non si sogna più? Mi sveglio la mattina con la lingua che scotta in bocca. Ho fame. Non riesco a pensare ad altro.”
Amara continuerà a cercare e quando arriverà in Ungheria si troverà nel bel mezzo della rivolta. Ma il pensiero di Emanuele non l’abbandona, il loro amore innocente, nato da bambini, è cresciuto insieme a loro.
“Per questo è qui, per cercare di trovarlo, vivo o morto, perché oltre tutto continua a sognare Emanuele che le parla e le dice di andare da lui.”
In questo viaggio Amara scoprirà gli orrori del nazismo, le crudeltà inflitte agli ebrei privati di ogni dignità.
Dacia Maraini descrive perfettamente e nella realtà nuda e cruda quello che succedeva nei campi di sterminio e lo fa tramite una donna forte e coraggiosa, Amara, un personaggio femminile dalle tante sfumature che ci porta in viaggio con lei ad affrontare tutto quello che di marcio c’era in quel periodo.

LA SEDUZIONE DELL’ALTROVE

Nel 2010, l’instancabile Maraini offre ancora ai suoi lettori il volume “La seduzione dell’altrove”,  libro di Dacia Maraini che è un insieme di articoli e racconti di viaggi che ci portano dalla Savana, alle baraccopoli passando per l’Europa, cogliendo la distruzione che attua l’Oriente delle proprie radici, fino ad arrivare ai campus degli Stati Uniti. La seduzione dell’altrove ci mostra una società e la sua cultura attraverso le parole di chi riesce cogliere l’anima del luogo andando al di là della prima immagine, della prima impressione, come solo gli scrittori sanno fare, come Dacia Maraini ci ha già fatto vedere. Quello che viene fuori da questo libro La seduzione dell’altrove è la paura del diverso, quella che in realtà ci dovrebbe indurre alla scoperta, alla condivisione, all’arricchimento. Dacia Maraini spostandosi da un luogo all’altro ha conosciuto la parte spirituale, filosofica e fisica di ogni paese, riuscendo così a confrontare situazioni diverse,scandagliando pregi e difetti di popolazioni e teorie. La seduzione dell’altrove è un altro esemplare libro della  scrittrice, che merita di essere letto, se non altro per le tante informazioni che dà sui luoghi che ha conosciuto, in cui è vissuta e da cui ha tratto enorme ispirazione.

 

 

LA GRANDE FESTA

Nel 2011 con “La grande festa”, la scrittrice ci propone una sincera e struggente rassegna di memorabili sue storie intime, private e pubbliche, di felicità e di dolore, mescolati in un libro, denso di emozioni. Il linguaggio esplora in profondità l’emersione di un frammento di dolce ricordo o di un affetto vissuto intensamente con quelli che abbiamo amato e non sono più con noi, ma sono andati ad abitare in un ineffabile paese. I sogni e i ricordi rimangono come segni del loro passaggio per questi luoghi, in cui si confondono le varie epoche della vita. ”un’isola sospesa sulle acque, dai contorni sfumati e frastagliati”.Così, attraverso il filtro essenziale della memoria e del sogno, Dacia Maraini in questo libro intensamente intimo ci racconta, come in Bagheria, di coloro che l’hanno amata e che lei ha amato, di cui ora sopravvivono solo i ricordi “nel giardino dei pensieri lontani”:rievoca il forte legame d’affetto con la sorella Yuki, il padre Fosco, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Moretti, l’ultimo compagno della sua vita scomparso prematuramente per un male crudele, una frastornata Maria Callas. Perchè il racconto ha il potere di accogliere e riabbracciare come in una grande festa, le persone amate, restituendo il momento della fine, che oggi si tende più a negare, a nascondere quel sentimento estremo di bellezza e di consolazione che gli è proprio. Dacia Maraini, con questo libro ci regala una storia sincera e struggente di sé, un libro forte di una vita vissuta fino in fondo con coraggio, senza veli di simulazione, di mistificazione o di vergogna, dimostrando ancora una volta il ritratto di una narratrice del limpido battito del cuore. Nel 2012 con “L’amore rubato”, la Maraini si immerge in racconti di storie intime e dolorose di donne forti che hanno lottato, a volte hanno perso, ma non si sono arrese. Le protagoniste combattono una battaglia antica e attuale contro gli uomini che si dimostrano sempre più incapaci di ricambiarle, di confrontare con il rifiuto il desiderio per queste donne, mariti, amanti, compagni che si rivelano ragazzini che stentano a crescere, e confondono la passione e il possesso e, per questo l’amore lo rubano:alle bambine che non sanno, alle donne che si donano troppo, coma Marina che si ostina a cadere dalle scale, con Ale che si ostina con incrollabile determinazione a impedire di venire al mondo il frutto di una violenza, e ancora come Angela che si autoaccusa per le parole della Chiesa di colpe che un’antica misoginia attribuisce alla prima disobbedienza femminile (di Eva).In tutte queste storie ben affilate e perfette, dure e capaci di emozionare e di indignare per cui si dipana il racconto di un mondo diverso, fra coloro che vedono nell’altro una persona da rispettare e coloro che, con antica testardaggine, considerano l’altro un oggetto da possedere e schiavizzare.

CHIARA D’ASSISI

Nel 2014, con “Chiara d’Assisi-Elogio della disobbedienza”, la scrittrice regala alla storia letteraria contemporanea e al suo intenso percorso personale di scrittrice un gioiello di sublime spiritualità, immergendosi nell’esplorare la vita, la scelta religiosa della ragazza, dopo l’incontro provocatorio e intimamente religioso con Francesco d’Assisi che si era spogliato delle sue vesti e rinunciato al patrimoni familiare pubblicamente contro la volontà del padre, un ricco mercante fiorentino, illuso di trasferire al figlio la propria attività. A differenza della scrittrice, Chiara rimane vittima della parola negata dalla volontà paterna che impediva alla figlia di poter realizzare la sua vocazione di preghiera e di ritirarsi tra le mura di un convento a vivere, come Francesco, in povertà, per poter ascoltare la voce della coscienza che gli suggeriva di intraprendere il suo cammino esistenziale al servizio della fede. Chiara ha tredici anni, quando assiste all’azione di rivolta di Francesco all’imposizione paterna e avverte dentro di sé il fuoco della chiamata di Gesù, disobbedendo alle convenzioni familiari del tempo, quando i padri erano padroni del destino dei figli. La coraggiosa scelta della disobbedienza viene esaltata dalla Maraini che, anche in questo modo, ci consegna un esempio di libera e coraggiosa scelta del nostro destino. E, con la scelta di libertà di abbracciare la fede come destino, traccia il ritratto di Chiara, prima donna, poi santa tormentata nel corpo, ma felice di essere stata accolta nell’abbraccio divino e di poter vivere intimamente il dono della spiritualità.  La scelta di disobbedienza di Chiara, in un periodo repressivo e misterioso, quando la donna doveva solo obbedire senza alcuna reticenza, con gravi minacce e violenze, anticipa l’esigenza di ridare dignità e libertà, senza alcuna rivendicazione protestataria, ma realizzando ciò che molte donne non hanno potuto fare: conciliare un’adesione formale alle regole misogene, disposte dall’alto, con una scelta di libertà della propria religione, con autonomia di pensiero e una libertà anche psichica. Uno dei più recenti romanzi della Maraini è “La bambina e il sognatore”, che già nel titolo rivela la svolta tematica della scrittrice che si incanala verso la riscoperta delle radici del sentimento paterno, quello del protagonista, il maestro elementare Nani Sapienza, che si affida al sogno per poter ritrovare la sua vera identità interiore nel ricordo della piccola Lucia, verso la quale nutriva un amore immenso. Così, mette a nudo l’intero itinerario della propria esistenza, le sue illusioni, le sue speranze, le certezze e le incertezze, i dubbi e gli interrogativi irrisolti, la sua inespugnabile fede nella famiglia, l’amore incontenibile per Martina, la sua bambina morta a causa di un’inguaribile malattia, lasciando nel cuore del genitore un’insanabile ferita. Il dolore straziante si è trasformato in ossessione che spesso genera abbagli nella mente del padre, tanto da immaginare di vedere sempre la figlia accanto a lui. Anche nel sogno si riflette la visione della figlia che va a visitarlo, avvolta nella nebbia e gira lo sguardo verso di lui, svanendo improvvisamente in un vortice di uccelli bianchi. Con le sue fittizie illusioni, il maestro contagia l’intero paese e, raccontando storie ai suoi allievi di quarta elementare, ne sollecita la riflessione sul loro contenuto, per trarne il significato morale e un insegnamento di vita. Con l’applicazione di tale spontanea metodologia, il maestro riesce a rendere maturi gli alunni, consolidando in loro la capacità di ragionare su tutto. Ora la Maraini, dopo aver analizzato le problematiche giovanili e femminili, i problemi sociali, sentimentali, e le conseguenze del Male, che corrode la radice di ogni sentimento, della ragione e dell’intera storia dell’uomo, riducendo tutto alla distruzione e alla sconfitta, individua una forza redentrice in una diversa e più concreta metodologia di insegnamento scolastico, non mnemonico, ma fondato sulla narrazione di storie reali, che svolgono una più autentica e matura conoscenza e l’assimilazione dei più autentici valori della vita. o d’amore con la conseguente scoperta di una implacabile disperazione interiore, scaturita dalla desolante delusione sessuale dopo la frantumata illusione di ebbrezza alla fine di ogni rapporto fedifrago disciolto nella ossessiva e tormentosa fatuità.

 

HO SOGNATO UNA STAZIONE
Ha sognato una stazione lei, Dacia Maraini; due valigie di tela chiara e un treno che non arrivava. Ma poi quel treno e’ arrivato e lei e’ partita tante volte. E noi con lei. Attraverso le sue parole, i suoi libri; attraverso l’incanto dell’immaginazione e la bravura di Dacia nel raccontarci.  I temi trattati, in questo nuovo libro di Dacia Maraini (una conversazione con Paolo Di Paolo), sono i soliti che stanno a cuore alla scrittrice; così come solite sono le persone da lei amate e soliti i luoghi che hanno segnato la sua vita. E così ecco ancora il Giappone e quella nave per Kobe; dopo, al ritorno dal Giappone, Bagheria e la Sicilia. Quella Sicilia che poi, per molti anni, Dacia rifiuterà, quasi volesse tagliare ogni ponte con l’isola; ma quell’isola ritornerà, con i suoi legami indissolubili, la sua tenerezza, la sua bellezza.. Tanti altri luoghi, tanti paesi lontani e vicini, l’Africa e il Brasile; Roma e l’Abruzzo. La bella mamma che continuamente raccontava storie alla piccola bambina dai capelli biondi; quel padre che Dacia crede d’aver amato tanto, probabilmente piu’ di quanto sarebbe lecito amare un padre. E le due sorelle, Yuki e Toni. E la morte di una delle sorelle…L’amore per Moravia; l’amicizia con Pasolini; e poi un altro amore, e una bimba, Flavia, a cui raccontare e a cui rimanere legata quando quell’altro amore gia’ sara’ finito…La passione per la scrittura e la lettura e per il teatro. La musica. L’impegno sociale. La voglia di viaggiare. Viaggiare per capire; viaggiare leggendo per scrivere poi; scrivere per raccontare, per trasportare, per far partire noi lettori da quella stessa stazione dove lei aspettava quel treno che sembrava non arrivare, ma che poi e’ arrivato! L’infanzia segnata dalla guerra, il desiderio di vivere ascoltando e raccontando storie, il teatro, gli incontri, i viaggi attraverso i cinque continenti, di stazione in stazione. E poi l’impegno civile, lo sguardo attento alle ingiustizie del presente: la guerra, il terrorismo, le offese ai bambini, alle donne, alla natura. Dacia Maraini parla di sé, delle tappe e delle ragioni di un lungo percorso di scrittura e di vita. Con la passione e la sensibilità che mette in gioco nei suoi romanzi e nel dialogo generoso con migliaia di lettori in tutto il mondo.

CORPO FELICE (Rizzoli 2018)

Corpo Felice non è un romanzo in senso tradizionale, ma una dolorosa lettera aperta  rivolta alle donne per testimoni are la sua voce  e la sua vita al servizio di un dibattito, quello sui diritti femminili, che le istanze dell’attualità hanno riportato con prepotenza in primissimo piano. Dai tempi di Donne mie – poesia simbolo degli anni della contestazione, fino a oggi, Dacia Maraini ha sempre raccontato le donne attraverso le protagoniste dei suoi libri: ma questa lettera aperta evidenzia un immaginario dialogo della madre durante la difficile gestazione di un figlio, denso di limpido lirismo attraverso cui sgorgano i sogni della scrittrice sulla creatura, a cui affida un realistico percorso-esistenziale,traccia- to   anche nel passaggio dell’errore, prima di attraversare il traguardo realistico della vita. In sottofondo il messaggio indirizzato agli uomini, perché solo riconoscendo alle donne il ruolo chiave nella società e restituendo loro la parola significativa, l’umanità potrà avere un futuro luminoso La scrittrice,in questa lunga riflessione, ,mette a nudo i suoi nobilissimi sentimenti,evidenziando un’altra nota altissima della sua molteplice tastiera tematica.
“Quando ho perso mio figlio, con cui conversavo di notte sotto le coperte e a cui raccontavo del mondo aspettando che nascesse; quando a tradimento quel bambino con cui giocavo segretamente e che già tenevo in braccio prima ancora che avesse aperto gli occhi è morto, sono stata sul punto di morire anch’io.”
“La prima cosa che ritengo opportuno precisare è che non si tratta di un romanzo, ma di una lunga riflessione. Ecco, sì, credo che questa sia una nomenclatura abbastanza corretta, per quanto insolita, del libro che avete tra le mani. Una riflessione che ha origine da uno dei momenti più dolorosi che possa esserci nella vita di una donna: la perdita di un bambino durante la gravidanza. Dopo aver trascorso una gravidanza a letto, come raccomandato dai dottori, cercando di trattenere in vita quel bambino, nonostante le minacce di aborto costanti, al settimo mese qualcosa non va per il verso giusto. Il bambino smette di respirare, il dottore ritarda ad arrivare e una madre che tanto ha desiderato quel figlio, è costretta a dare alla luce un figlio senza vita. Un figlio che non ha mai visto la luce del mondo e che non merita neanche un funerale.” Ma quella donna resta e resterà per sempre una madre, la madre di un bambino mai nato che continuerà a sognare per tutta la propria vita. È questo il filo conduttore di questa lunga riflessione, in cui l’autrice si rivolge per tutto il tempo a suo figlio, non limitandosi a immaginarlo crescere, imparare, vivere ma anche sbagliare. Attraverso le esperienze delle amiche mamme, infatti, l’autrice immagina quello che sarebbe potuto diventare il suo bambino mai nato: dall’essere un bambino educato e sensibile a diventare una sorta di delinquente nell’età adolescenziale, per poi diventare uomo grazie alla scoperta dell’amore per una donna, ed è solo a questo punto che l’autrice sarà pronta a dirgli addio, immaginandolo ormai felice e realizzato. Dacia, parlando del suo libro, non perde occasione per sottolineare come il cristianesimo sia, tra le varie religioni, una delle più maschiliste e vessatorie nei confronti delle donne, senza darlo a vedere. Sono tantissimi i riferimenti che l’autrice fa a storici e filosofi di ogni tempo che, nel tempo, hanno contribuito a diffondere la loro idea di donna. Molto spesso uomini intelligentissimi e istruiti, parlano di inferiorità della donna. Secondo Dacia, le donne, nonostante i tanti risultati ottenuti negli ultimi tempi, non possono non risentire di tutto quello che per secoli si è scritto e si è detto a svantaggio dalla femminilità. Un libro femminista, quindi, di quelli che non possono non piacere da una donna intelligente e di cultura che non smette per un a me, ricco di citazioni e riferimenti bibliografici, scritto secondo di mischiare le proprie vicende personali alle proprie riflessioni, scontrandosi con un figlio mai nato che a un certo punto sembra ribellarsi contro tutti gli insegnamenti materni, considerando le donne come un oggetto sessuale di poco valore. Corpo felice è un libro che tutte le donne dovrebbero leggere, perché è giusto che le donne leggano e discutano di questi argomenti, magari arrivando a parlarne tra di loro e insegnando qualcosa di più alle proprie figlie, come indirettamente suggerisce l’eroica penna, intelligente e colta, come quella di Dacia Maraini.

TRE  DONNE – UNA  STORIA D’AMORE E DISAMORE
Nel nuovo romanzo, intitolato “TRE DONNE.-UNA STORIA D’AMORE E DISAMORE, la scrittrice, oltre a riconfermare la sua costante prolificità creativa, nonostante la lunga e corposa attività culturale, prosegue coerentemente l’esplorazione del macrocosmo interiore della donna, incentrando la sua linea di ricerca nel cespuglio inestricabile del cuore, ascoltandone il battito del sentimento d’amore in tre donne, espressione di tre generazioni, fin dall’incipit del romanzo, risucchia il lettore subito nella matassa delle connotazioni linguistiche e sentimentali, collocando ex abrupto sulla scena i tre personaggi protagonisti: Gesuina, la energica nonna che affida ad un registratore le sue disinibite osservazioni sull’attrazione per il fornaio, ridicolizzandolo ingenuamente nelle sue inibizioni sentimentali e fisiche nell’approccio al rapporto sessuale e, nel contempo, emblematicamente, registra il percorso amoroso robusto, nonostante la lontananza dell’oggetto scrutato nella sua fragilità, incapacità e incertezze, paradigmato su un prototipo affettivo durevole, anche se precario. Maria, la madre che è impegnata nella traduzione di opere straniere, è particolarmente immersa nella traduzione di Madame Bovary, dal cui costantemente lacerato desiderio della storia sentimentale della protagonista del romanzo, suggerisce alla donna di scrivere lettere all’amato lontano, allegoria illusiva della resistenza e sopravvivenza del vero amore che risulta convalidato nella sua astrazione. La terza donna, Lori (Loredana) è il simbolo dell’attuale generazione che si illude di poter godere di un piacere infinito e soddisfacente, ricercando frequentemente esperienze sessuali con ogni tipologia umana e sociale, senza alcuna distinzione di classe. La sua voluta disponibilità ad ogni specie d’amore, la rende simile ad altre donne della letteratura mondiale che si prodigano a placare gli appetiti sessuali di uomini esclusi dalla lontananza e dallo scorrere implacabile del tempo, che li lega ai ceppi di un massacrante ed indispensabile lavoro. La ragazza, irruente e contraddittoria, ma forse anche certa di non poter essere capita dalla madre e dalla nonna in questa sua esigenza imperativa che per lei è utile a sedare l’esplosione di vulcani nel subconscio, flagellato dalla crudeltà e dalla barbarie che alimentano le più squallide azioni umane. Allora, mentre afferma di odiare i diari, in realtà ne scrive uno che tiene nascosto nella fessura di una parete della sua stanza. Il romanzo, a differenza di altri, è strutturato con monologhi sovrapposti, con l’obiettivo della scrittrice di creare con tre voci non consone nella diversità delle visioni del contenuto, un libro teatrale, dove le tre donne declinano temi universali come l’amore, scandito da tre generazioni in tutte le sue forme. I personaggi, che sono caratterizzati anche linguisticamente, con la loro genetica parlata in prima persona, che riflette diversi patrimoni linguistici, con cui si misura la capacità della scrittrice nel difficile rapporto tra scrittore e parola, tra linguaggio scritto e quello parlato, che spesso risulta commistionato dalle esigenza della lingua ufficiale di trasformarsi in versione mimetica per pianificare la visione di una omogenea modalità espressiva, mentre la lingua scritta non potrà conseguire tale esito per l’asimmetrico innesto di sintagmi, stilemi e fonemi delle lingue straniere e di quelle dialettali e gergali, interrompendo la fruizione del testo o respingendone la lettura. “Una storia d’amore e disamore” è il nuovo omaggio di Dacia Maraini alle donne sotto forma di inno alla libertà di scrivere e di amare. Non sorprenderà, quindi, che le due dimensioni nel libro, come nella vita dell’autrice, si intreccino indissolubilmente. Scrivo dunque amo, amo dunque scrivo. Anche in questa nuova prova narrativa, la Maraini continua a costruire gli elementi fondativi di una società, che promuove la donna al ruolo di protagonista della libertà di scrivere, mettere a confronto vari tipi di amare, e con loro erge un inno alla totale libertà della creatura femminile.  La lettura immerge subito nella materia, linguistica e sentimentale, del romanzo presentando i tre personaggi eponimi: Gesuina, l’energica nonna che ad un registratorino affida commenti disinibiti sull’attrazione per il fornaio, oppure una comica descrizione geografico-anatomica dei sederi; Maria, la madre, stilografica alla mano che, quando non traduce “Madame Bovary”, scrive lettere all’amato lontano; Lori, la figlia adolescente, irruenta e contraddittoria, che dichiara di odiare i diari mentre ne scrive uno ed è impegnata a cercare un posto per nasconderlo. In questo recente romanzo, l’autrice non tralascia di mettere in campo nessuna delle sue esperienze, di donna  e di scrittrice. Anche di pièces teatrali. Il romanzo, organizzato per monologhi giustapposti, appare come il frutto di una «scommessa letteraria di creare tre voci diverse» e il risultato è un «libro teatrale» (queste le parole dell’autrice stessa nel corso dell’incontro). In “Tre donne” si trovano declinati temi universali quale l’amore in tutte le sue forme (filiale, carnale…) e il rapporto tra le generazioni, ma anche questioni più prettamente letterarie, a cominciare da una caratterizzazione dei personaggi che è in primo luogo linguistica. Dal momento che parlano in prima persona, cade ogni filtro autoriale e l’ultima prova della Maraini assume la valenza di un caso limite di quel difficile rapporto tra scrittore e parola a proposito del quale confessa «per me è un grattacapo». Durante la sua pluridecennale attività, però, a questo grattacapo ha fornito svariate e pluripremiate risposte (a cominciare da “Lunga vita di Marianna Ucrìa”, Campiello 1990, e “Buio”, Strega 1999), conferendo consistenza ad una chiara visione di come dovrebbe essere la lingua: nemici dell’italiano scritto sono da una parte una falsa esigenza mimetica di aderenza alla lingua parlata, dall’altra la commistione insensata e abusata con le altre lingue, da quelle straniere a quelle del gergo. Libro da leggere ad alta voce per apprezzarne l’immediatezza e respirarne il ritmo, “Tre donne. Una storia d’amore e disamore” è il nuovo omaggio di Dacia Maraini alle donne sotto forma di inno alla libertà di scrivere e di amare. Non sorprenderà, quindi, che le due dimensioni nel libro, come nella vita dell’autrice,si intreccino indissolubilmente  Scrivo dunque amo, amo dunque scrivo.

IL DIRITTO DI MORIRE, ed. SEM, maggio 2018
In una società in veloce trasformazione scientifica e in una disgregazione etica e di impudica e crudele modalità esistenziale, con la conseguente emarginazione nel lager della miseria e dei diritti negati agli indifesi, ai sommersi, ai disabili e alle donne schiavizzate dall’arroganza dei potenti del mondo, la tecnologia in travolgente e allucinante sviluppo ha trasformato radicalmente le abitudini quotidiane dell’uomo, riducendolo a oggetto di sfruttamento e di espoliazione delle connotazioni specifiche di creature, la Maraini nel suo recentissimo libro che ha come tema “Il diritto di morire” si cimenta con una molto discussa e contrastabile problematica straziante e con incerti e insolubili quesiti, relativi, non alla voglia di vivere dell’uomo, nonostante tutto, ma con il decreto di morte, legalmente stabilito, ma aborrito dall’etica naturale di ogni essere, attribuendosi il diritto di togliere la vita agli ammalati terminali, come se egli gliela avesse donata, negando loro anche il diritto di continuare a soffrire secondo l’insegnamento del loro credo. Il diritto di vita e di morte ha trionfato nei secoli più oscurantisti per la tirannide dei totalitarismi, che uccidevano quasi sempre per contrasti e lotte per la conquista o detenzione del potere assoluto. La Maraini che si è sempre schierata, con instancabile attività creativa e operativa, al fianco delle creature deboli e perseguitate, che ha subito bambina lo strazio della macchina della morte nel lager, che ha partecipato nelle più delicate contingenze della vita pubblica contro la rottamazione dell’etica politica e privata, con interventi obiettivi ed equilibrati in contenziosi di interesse generale, responsabili, costruttivi e utili alla coesione civile del nostro paese, ora, di fronte alla più orribile tortura imposta ad un corpo già debilitato dalla sofferenza, scrupolosamente si consulta con un grande giurista e costituzionalista, in un intenso drammatico e lacerante colloquio, in cui la morale da un lato e le leggi dall’altro faticano a tenere il passo. Eppure, certi argomenti, certe questioni impongono una riflessione attenta, puntuale, veloce. Dacia Maraini si consulta con il giurista Claudio Volpe sulla delicata questione del ‘fine vita’. È ammissibile che una persona decida di morire, a prescindere dalla sua condizione fisica e di salute? La libertà di togliersi la vita può essere considerata una libertà degna? Si tratta di un diritto che, in estremo, può essere sancito da una legge, tenendo conto che comunque la Costituzione afferma che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario» e che mai è consentito «violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana»? Dalle parole di Maraini e Volpe emergono molti spunti di riflessione, anche suscitati dalla cronaca di ogni giorno. Muovendosi fra il mondo giuridico-normativo e quello delle testimonianze dirette, della letteratura e della mitologia antica, “Il diritto di morire”, con parole semplici e un tono sempre riguardoso, perfino commovente, aiuta il lettore a ragionare senza pregiudizi di sorta, sempre al riparo dal luogo comune, su un tema cruciale della nostra contempora neità.
TRIO   (Rizzoli,2020)

“Trio” di Dacia Maraini, edito da Rizzoli, è un romanzo brevemente intenso e tragicamente attuale: uno spaccato di umanità narrato da un punto di vista squisitamente femminile che fa un salto nel tempo di oltre 300 anni per arrivare nella Sicilia martoriata dalla peste. La malattia che sconvolge l’isola, però, rimane come una cornice dolorosa e sospesa che accoglie la storia di due donne, legate da un’amicizia che risale all’infanzia, e dall’amore per lo stesso uomo, sposato a una e innamorato dell’altra. Una sorta di ménage à trois che stupisce, considerando i tempi in cui si colloca la storia, ma che lascia indifferenti le due donne, Annuzza e Agata, perché questa passione è talmente parte di loro da rasentare la normalità.
“In questi tempi di morte e di dolore, Agata mia, sento che il solo rifugio della mente, la sola certezza del futuro è la nostra amicizia. Cerchiamo di non guastare la solidarietà che ci lega, sarebbe un crimine”

La bellezza delle 100 pagine di cui si compone la storia scritta dalla Maraini sta tutta nella delicatezza con cui viene trattato l’amore: una malattia che colpisce le donne e dalla quale non si può guarire, secondo la vulgata, analizzata in maniera lieve e poetica (ma non per questo leziosa), come una compagna fedele che addolcisce la quarantena solitaria e divisa delle due amiche. Un romanzo epistolare in cui sono tracciate piacevolmente le sfumature di un sentimento pacato e al contempo forte, che rimane a vegliare, mentre nell’isola imperversa la morte, riempiendo di sogni l’animo di chi aspetta e di chi non sa, cullando un’incertezza che forse nessuno vorrebbe si trasformasse in qualcosa di più fermo.
È tutto immobile, sospeso, un’atmosfera perduta di cui la peste rappresenta un’eco portata dalle parole dei pochi visitatori, immaginata dai racconti ascoltati di chi ha sentito, che vive, tra l’isolamento e il crescendo delle superstizioni miste a paure, di terrore ma anche di speranze. “Trio” riprende il tema della peste di Messina del 1743 nel quale Dacia Maraini si era imbattuta 30 anni fa quando stava scrivendo “La Lunga vita di Marianna Ucria” e lo trasforma in un espediente sentimentale per tracciare, ancora una volta, un quadro al femminile intenso e pungente in cui è sempre la forza delle donne a fare la differenza. Ne nasce un romanzo delicato, che si legge come una carezza, in cui la purezza della scrittura è assoluto piacere e dove la nostalgia della separazione crea un universo ricco e capace di dare vita a un momento di lettura indimenticabile
POESIA

MANGIAMI PURE

(Dacia Maraini, Mangiami pure, Einaudi, 1978)

Va bene, mangiami pure è troppo
Lungo il tempo della resurrezione
Intanto la gioia invecchia
Siamo andati a teatro
Mi sono disamorata delle parole
Quante volte abbiamo sceso le scale
Per raggiungere il palcoscenico-tana
Le impennate della luce il guizzo degli
Occhi stanchi, come vuoi strozzami pure
È buio dentro la stanza dei baci
La polizia ha sparato candelotti infuocati.
Ci siamo messi a correre
Dame dalle gonne lunghe le calze
Colorate i denti allegri
Non posso più sbucciare patate
La mia lingua è marcia dentro la bocca,
va bene strappami pure le viscere, è velenoso
il fungo che mi dai ogni mattina
per colazione ci vediamo al bar
usa il telefono per chiamarmi
non metterti le calze corte
rifatti il letto tira su le coperte
mi amerai ancora domani?
Le tue mani diventano più lente
Più insicure ora ci straiamo
Hai già ingoiato il caffelatte
Che sa di cloro, la polizia
Carica le donne che affollano la piazza
Hai mai provato il dolore di una testa
Di figlio che ti squarcia l’utero
Due mani di gomma che ti tirano la vita
Dal tuo grembo sanguinante?
Ci abbracciamo furiosi sotto le stelle mute
Figlia con figlia il giorno dell’impero americano
Ho finito il caffelatte, ti sei addormentato?
Sai il mio0 amante nemico cui attingo
Il suono della sessualità settembrina
Sul sedile di plastica abbracciati
La maglia arrotolata contro la schiena nuda
Non hai altro che gli occhi per guardare
Te e il tuo mondo fuori dal finestrino appannato
Andiamo a teatro mi duole il fianco
Forse stasera le parole prenderanno fuoco
L’uccello notturno che sguscia dalla giacca
Di feltro marrone so già che il vino
Diventerà aceto nella tua bocca gelosa
Facciamo un girotondo di sfida mentre
La gente alla finestra ci urla improperi
Stiamo pestando sotto gli zoccoli la festa
Delle madri che ci stanno spiando
Dietro le persiane stiamo pestando i cuori
Dei padri che ci prendono sulle ginocchia
Mangiamo pane e salsiccia sotto un
Cielo denso e bruno che ci promette
Ottocento colpi di manganello va bene
Vabbene ingoiami pure ti dico grazie addio.

SE AMANDO TROPPO

Se amando troppo
Si finisce per non amare affatto
Io ti dico che
L’amore è una amara finzione
Quegli occhi a vela
Che vanno e vanno su onde di latte
Così si nasconde il mio dio
Dietro quelle palpebre azzurre
Un pensiero di fuga
Una progetto di sfida
Una decisione di possesso?
La nave dalle vele nere
Gira ora verso occidente
Corre su onde di inchiostro
Tra ricci di vento
E gabbiani affamati
So già su quel ponte
Lascerò una scarpa un dente
E buona parte di me.
Una poltroncina di vimini
Una poltroncina di vimini
Il mare arruffato davanti
Eri lì quieto ed assorto
Gli occhi a mollo nel tempo
Che si disfa, che va, che vola
E tu con le tue brusche dolcezze
Ricordi i gelati alla mente
La mattina alle sette
Seduto sulla poltroncina di vimini
Nelle quiete della soglia
Nell’ombra della casa
Nel silenzio del sonno
Eri già in lite col futuro
E filavi quel filo di attesa
Fra le dita di vecchio baobab
Mentre i cieli corrono
Sul tuo collo di tartaruga
Quel futuro da niente
Quel futuro spensierato
Con le sue arie di gran signore
E i suoi piedi di carta
Ti ha portato via
Come se niente fosse
Con fare di amico fedele
Tradendo la mia
La tua fiducia
E il tuo buongiorno
E le tue impazienze garibaldine
Il tuo istinto di vincitore
Hai lasciato un bastone
Lo vedo ogni volta che
Entro ed esco da casa
Il suo pomo di rosso
Il suo lucido corpo.
DONNE  MIE
Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite,
sappiate che se volete diventare persone
e non oggetti, dovete fare subito una guerra
dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini, ma
contro voi stesse che vi cavate gli occhi
con le dita per non vedere le ingiustizie
che vi fanno.
Una guerra grandiosa contro chi
vi considera delle nemiche, delle rivali,
degli oggetti altrui; contro chi vi ingiuria
tutti i giorni senza neanche saperlo,
contro chi vi tradisce senza volerlo,
contro l’idolo donna che vi guarda seducente
da una cornice di rose sfatte ogni mattina
e vi fa mutilate e perse prima ancora di nascere,
scintillanti di collane, ma prive di braccia,
di gambe, di bocca, di cuore, possedendo per bagaglio
solo un amore teso, lungo, abbacinato e doveroso
(il dovere di amare ti fa odiare l’amore, lo so)
un’ amore senza scelte,
istintivo e brutale.
Donne mie impaurite di apparire poco
femminili, subendo le minacce ricattatorie
dei vostri uomini, donne che rifuggite
da ogni rivendicazione per fiacchezza
di cuore e stoltezza ereditaria e bontà
candida e onesta. Preferirei morire
piuttosto che chiedere a voce alta i vostri
diritti calpestati mille volte
sotto le scarpe.
Da questo amore appiccicoso e celeste dobbiamo uscire
donne mie, stringendoci fra noi per solidarietà
di intenti, libere infine di essere noi
intere, forti, sicure, donne senza paura.
Donne mie dalle dita che puzzano di aglio,
donne mie dalle vene varicose, gli occhi feroci,
le mani insolenti, la bocca timida,
vi hanno insegnato ad essere cretine, povere, dipendenti,
vi hanno insegnato a dire sempre di sì,
con astuzia degradante, con candore massacrante,
con vigore represso.
Vi hanno insegnato a lavorare, a ubbidire, a tacere,
a figliare, con gioia e purezza senza acrimonia,
per servire, aiutare, sostenere, consolare l’uomo,
sempre lui, nella sua smagliante illusione razzista.
Donne di marmo, di pece, di latte cagliato,
voi lavorate ogni giorno senza stipendio per i figli,
il marito, i cugini, i nipoti, i fratelli, i nonni,
i padroni tutti che vi vogliono belle e pure
come oggetti sociali.
Se dite di no vi sembra di fare peccato,
per questo dite sempre di sì,
con l’animo sciolto e la testa piena di fumo amaro,
dite di sì e in cambio ricevete un bacio di buonanotte
dal caro figlio del cuore su una guancia rugosa
che sa di lardo e di acqua sporca.
Donne mie illudenti e illuse che frequentate le università liberali,
imparate latino, greco, storia, matematica, filosofia;
nessuno però vi insegna ad essere orgogliose, sicure, feroci, impavide.
A che vi serve la storia se vi insegna che il soggetto
unto e bisunto dall’olio di Dio è l’uomo
e la donna è l’oggetto passivo di tutti i tempi?
A che vi serve il latino e il greco
se poi piantate tutto in asso per andare
a servire quell’unico marito adorato
che ha bisogno di voi come di una mamma?
– Dacia Maraini –
(1974)
DONNE  MIE

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