#IntervistaEsclusiva. Alviero Martini, “L’Aquila” della moda tra cielo e terra, si racconta

Macrolibrarsi

Alviero Martini, figlio di Lorenzo, di professione contadino, e di Rita Mondino, casalinga e infermiera di tutto il paese, è uno stilista italiano, noto per la linea di I Classe caratterizzata dal motivo di una mappa geografica.

Nasce a Cuneo, dove compie i suoi studi artistici, che conclude con un corso di specializzazione come vetrinista-allestitore il 13 marzo 1950. A 14 anni, entra in una sartoria, dove impara a tagliare e cucire. A 20 anni, forma una cooperativa teatrale per la quale, oltre a recitare, realizza i costumi. A 26 anni, debutta come attore in teatro con Vittorio Gassman, in “Affabulazione”, di Pier Paolo Pasolini. Sono anni di intensa attività artistica, tra teatro, cinema, radio, tv, pubblicità, grafica, vetrinismo, illustrazioni, disegni per tessuti e foulard per grandi nomi, come Valentino. Nel contempo, coltiva la sua creatività dedicandosi a molteplici mestieri: illustratore, disegnatore di moda, costumista, mantenendo come base la sua professione d’origine: l’allestimento di vetrine e di set fotografici, sperimentando anche nel campo del design e dell’interior decoration. Molti anni più tardi, nel 1987, nella sua ricerca di “qualcosa di unico”, incontra il suo destino. A Mosca, trova una carta geografica, un planisfero tanto affascinante quanto sbiadito, e lo incolla su una vecchia valigia: nasce così l’idea di dare vita a una innovativa linea di borse e bagagli, che hanno per motivo la carta geografica. È il 1990, ed è l’anno del successo in tutto il mondo, partendo dall’America. Nel 1996, la boutique aperta in via Monte Napoleone ospita Richard Gere e una sua mostra di venti fotografie scattate in Tibet. Nel 1997, la commissione ONU gli assegna il compito di creare un abito in occasione della cerimonia di premiazione Time for Peace a New York. Nel 2006, Alviero Martini lancia la linea ALV (acronimo del marchio Andare Lontano Viaggiando), acronimo molto caro allo stilista che, con questo nuovo marchio, dà vita a una collezione di borse, accessori e vestiti, contrassegnati dal motivo dei timbri del passaporto, e da allora conquista i mercati di tutto il mondo. Numerosi sono i riconoscimenti ricevuti in tutto il mondo per questo suo nuovo percorso creativo.

Cos’è, per Lei, viaggiare?

Per me, viaggiare significa rigenerare l’anima, conquistare nuove terre, nuove culture, conoscere nuova gente… In poche parole, significa tornare carico e vedere il mondo con occhi nuovi. Viaggiare vuol dire anche sognare, ricordare, far proprio tutto quello che si riceve dal mondo.

Dopo tutti questi viaggi, è stato più in cielo oppure più in terra?

Sono stato sicuramente in terra, ma molto di più sugli aerei, sui treni, sulle macchine, quindi molto più in movimento. È proprio il movimento che mi dà il senso di “azione”. Sono affetto dalla cosiddetta “sindrome di Ulisse”: non è una malattia, ma, come hanno scoperto all’Università di Tel Aviv, è il bisogno che ha uno spirito zingaro, come il mio, di muoversi costantemente. Ogni volta che torno da un viaggio, devo essere certo di averne un altro già pronto.

Quella famosa valigia di cartone, sulla quale ha incollato una cartina geografica, Le ha cambiato la vita?

Assolutamente sì. L’avevo fatta per l’allestimento della vetrina, ma quando l’ho finita mi dissi che, forse, proprio quella valigia sarebbe stata quel “qualcosa di unico” che cercavo fin da quando avevo otto anni. Quattro giorni dopo l’allestimento, tutti mi chiedevano di chi fosse e chi l’avesse fatta, tutti la volevano comprare: lì ho capito che dovevo investire per fare una linea di borse con le carte geografiche. È stata l’esperienza di trent’anni che mi ha permesso di ottenere il color “safari” che è diventato poi parte del successo mondiale che tutti conoscono.

Quali sono i segreti del Suo successo?

Innanzitutto la perseveranza, la temerarietà, la volontà, l’umiltà; soprattutto bisogna ascoltare, vedere, girare e cercare tra la gente. Io viaggio normalmente in business per comodità, ma molte volte viaggio anche in economy proprio perché voglio stare tra la gente. Prendo la metropolitana, l’autobus proprio perché è il contatto con la gente che mi permette di capire di cos’ha bisogno. È così che si trova l’ispirazione.

È più facile diventare famosi in Italia oppure all’estero?
Beh, nel mio caso, è lampante che è stato l’estero ad avermi dato la notorietà. Nei miei primi quattro anni di attività, avevo già aperto diciotto boutique: gli italiani vedevano le mie borse a Honolulu, a Sidney, a Hong Kong, a Singapore – ovunque – e si chiedevano chi fosse questo Alviero Martini, perché in Italia nessuno mi conosceva. Però è vero anche che erano gli anni Novanta, e la stampa italiana aveva un certo tipo di atteggiamento. Oggi, anche in Italia c’è la ricerca del giovane emergente, però sicuramente non è un mercato così ampio ed esteso.

Cos’è successo alla moda italiana dal 2000 in poi?

Dal 2000-2005 in poi, è cambiato tutto, perché sono arrivati i social ed è successo il finimondo. Tutt’ora siamo in un marasma d’illecito, che non consente al compratore di avere un riferimento credibile. Io ho alle spalle cinquant’anni di carriera, e conosco la storia della moda e del made in Italy; purtroppo adesso sono arrivati influencer e blogger, che per la maggior parte sono soltanto dei personaggi pubblici senza qualifica, che propongono qualunque cosa senza rischiare nulla, hanno soltanto guadagni e non garantiscono la qualità di un prodotto, indipendentemente dalla sua provenienza. E questo è un grandissimo male: un po’ come per i giornalisti, che una volta facevano la loro cronaca, e se per caso qualcuno sbagliava, o addirittura eccedeva, veniva radiato dall’albo. Non esiste né un albo dei blogger, né un albo degli influencer, e quindi chiunque esca da una trasmissione televisiva, ottiene poi milioni di like o di followers; più è volgare, più è accattivante, e riesce a vendere quello che può. Poi sono arrivati anche l’e-commerce e l’outlet: c’è troppa roba sul mercato, i negozianti sono in sofferenza, il commercio e l’economia generale sono in sofferenza. Bisognerebbe veramente richiamare all’ordine un po’ tutti, ma purtroppo non è così facile, perché non ci sono delle leggi adeguate.

Secondo Lei, la politica italiana aiuta i giovani a fare impresa?

No, non aiuta veramente. È più una propaganda politica. Io collaboro con dei ragazzi, che hanno tutti la voglia di fare un’impresa, una startup, che regolarmente trovano intoppi da tutte le parti – le banche non aiutano, lo Stato aiuta pochissimo – così poi sono costretti a tornare da me, a chiedermi come si fa. In questi casi si investe, ma non tutti hanno la possibilità di farlo; anzi, oggi anche noi, che siamo affermati, gli investimenti li misuriamo, li calibriamo a seconda del mercato, che è veramente instabile in tutto il mondo.

Crede in una vita oltre la morte?

Assolutamente sì. Noi non siamo soltanto materia, ma spirito, e trascorsa una vita intera, il corpo se ne va, ma lo spirito continua a vivere. Si reincarna, forse, (non ho ancora provato questa esperienza!), però sicuramente lo spirito vive.

Cos’è Dio per Lei?

È una domanda molto complessa. Sono cristiano, battezzato, ma non sono un praticante: non amo in particolare la Chiesa e tutti i suoi dogmi, perché ha costruito e creato a suo piacimento determinate regole, per far funzionare quella che è la società familiare. Dio, per me, è molto superiore. Ho un “mio” Dio, che prego, al quale chiedo e supplico, e con cui spesso mi confido; forse non è il Dio che vuole la Chiesa, è un Dio con uno spirito molto più umano e molto più vicino a noi. Anche se, talvolta, davanti a tragedie così grandi e così immani, mi chiedo se quel Dio che ci vogliono far credere, sia un Dio che vede tutto, o se sia giusto che la vita vada così. Comunque, per quanto mi riguarda, io sono sereno con me stesso, perché ho una buon rapporto con la mia fede personale.

Quando arriverà l’ora di fare il viaggio definitivo, cosa porterà con sé nella sua valigia?

Beh, lo prendo come un buon auspicio, e quindi il viaggio “definitivo” sarà tra molti, moltissimi anni (sperando che il mio cervello non sia fuso!). Lo dico già da ora: voglio con me un grande taccuino e una penna, una matita, uno strumento qualsiasi per poter scrivere e annotare tutte le idee che mi verranno, perché magari potrò elargirle e mandarle a qualcun altro nel mondo. Ma, soprattutto, vorrei continuare ad annotare, come faccio adesso, tutte le mie intuizioni, che spesso cancello, perché magari non sono così valide, ma sono delle scintille che mi alimentano quotidianamente. Vorrei poterlo fare anche nel mio ultimo viaggio, che sarà molto, molto lontano.

Con questa domanda, abbiamo dato fine all’incontro con uno dei più grandi geni della moda mondiale.

Salvatore Bucolo

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