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A Ferragosto, mentre la Sicilia raccontava la sua estate attraverso feste, eventi e piazze gremite, da Oliveri arrivava un altro racconto. Più silenzioso, forse. Ma capace di lasciare il segno. Quello di una comunità che prova a insegnare, attraverso piccoli gesti quotidiani, che cosa significhi davvero prendersi cura di un luogo e delle persone che lo abitano.

Ferragosto, in Sicilia, è da sempre un susseguirsi di appuntamenti, musica, tradizioni, mare, piazze affollate e grandi eventi. Ma sui social, ancora una volta, a distinguersi è Oliveri.

Non soltanto per quello che accade, ma per il modo in cui viene raccontato.  La scrittura del sindaco Francesco Iarrera e quei reel ormai diventati un appuntamento riconoscibile riescono a trasformare episodi apparentemente ordinari in piccole storie capaci di parlare a tutti.

Una delle ultime nasce da una domanda rivolta direttamente alla comunità.

Oliveri ha ottenuto un finanziamento per realizzare un Festival d’Arte e l’idea è quella di portare nel paese installazioni capaci di raccontarne l’identità. Non opere calate dall’alto, ma storie trasformate in arte: persone, personaggi, donne e uomini che hanno contribuito a costruire la memoria collettiva.

Il primo nome è già stato scelto: Peppe Barresi, Nerone, il guardiano dei laghetti, figura profondamente legata alla memoria di Oliveri.

Per gli altri, però, il sindaco chiede ai cittadini.

E sotto quel post succede qualcosa di interessante: arrivano centinaia di proposte.

È la comunità che racconta se stessa. È la memoria privata che diventa memoria collettiva. È un paese che, interrogato sulla propria identità, risponde con i nomi delle persone che sente di non voler dimenticare.

Ma Oliveri racconta anche il futuro.

Due giorni prima di Ferragosto, lungo via Roma, si esibisce un gruppo di giovanissimi musicisti. Il più piccolo ha appena dieci anni, il più grande quattordici.

Iarrera li presenta non soltanto come musicisti, ma come una promessa: quella di una comunità che cresce quando trova il coraggio di dare spazio ai propri ragazzi, alle loro capacità, alla loro passione, alla voglia di mettersi in gioco.

E poi arriva Ferragosto.

Una delle notti più difficili da gestire per una piccola amministrazione. Migliaia di persone, emozioni, feste, spiagge, inevitabili e possibili eccessi.

Eppure, anche quest’anno, il racconto di Oliveri è diverso: niente incidenti, niente falò, niente accampamenti sulla spiaggia.

E già dalle prime ore del mattino partono le operazioni di pulizia.

Il sindaco sceglie di ringraziare tutti: Polizia Municipale, Polizia Provinciale, Protezione Civile, Guardie Ambientali, ragazzi del servizio spiagge e tutti coloro che hanno lavorato durante la notte.

Ma il ringraziamento più grande è per i cittadini, i visitatori, i genitori e soprattutto per i bambini.

«Sono loro la vera meraviglia di questa giornata», scrive Iarrera.

E forse è proprio qui che si trova il filo conduttore di tutto.

Perché a Oliveri i bambini non vengono soltanto invitati ad ascoltare gli adulti. Vengono messi nelle condizioni di diventare protagonisti.

Come accade con “Il gioco che non è un gioco”, l’iniziativa ormai diventata uno dei simboli dell’estate oliverese.

Il meccanismo è semplice: raccogliere i rifiuti, fotografare il gesto, raccontarlo e ricevere in cambio un premio.

Ma il vero premio, evidentemente, è un altro: imparare che una spiaggia pulita non è responsabilità di qualcun altro.

Lo dimostra anche Lorenzo.

Il piccolo ha realizzato un video nel quale mostra come raccogliere e mantenere puliti gli spazi. Iarrera lo condivide con poche parole:

«Il Gioco che non è un gioco, di Lorenzo.»

E sotto arriva il commento della mamma, che ringrazia il sindaco per la disponibilità e per l’impegno quotidiano e racconta la felicità di Lorenzo e dei suoi cuginetti per aver dato, «nel loro piccolo», il proprio contributo.

È una frase semplice. Ma forse racchiude il senso dell’intera iniziativa.

Nel loro piccolo.

Perché il bene comune comincia quasi sempre così: con qualcuno che pensa che il proprio gesto, per quanto piccolo, possa servire.

E poi c’è la storia più bella.

Quella che Iarrera racconta con una scrittura che ormai sui social ha trovato una sua cifra precisa.

Un uomo sale verso Tindari. Ha un cappello che ricorda Sean Connery in Indiana Jones. Nota una teca che custodisce la miniatura della Madonna. Il vetro è rotto. La statuetta è stata portata via.

Potrebbe limitarsi a constatare il danno.

Invece sale fino al piazzale, entra in un negozio, compra una nuova statuetta e torna indietro.

La rimette al suo posto.

A quel punto passa Lorenzo, in moto. Nota la scena. Si ferma.

Poche parole.

E nasce una decisione: non basta rimettere la statuetta. Compreranno anche il vetro.

Insieme.

È una storia minuscola. Ed è proprio per questo che diventa enorme.

Perché nessuno dei due lo fa per ricevere un premio, una fotografia, un applauso.

Nessuno li ha chiamati.

Nessuno li ha incaricati.

Nessuno probabilmente avrebbe saputo nulla di quel gesto se non fosse stato raccontato.

Avrebbero potuto fare quello che facciamo spesso tutti: fotografare il danno, indignarsi, scrivere «che vergogna» e aspettare che qualcun altro intervenisse.

Loro, invece, intervengono.

Ed è forse questa la parola più importante di tutta questa estate oliverese:

agire.

Non limitarsi a dire che il mondo va male.

Non aspettare sempre che sia qualcun altro a risolvere.

Non chiedersi soltanto chi abbia sbagliato.

Fare ciò che si può.

Anche quando nessuno guarda.

Anche quando non c’è niente da guadagnare.

Anche quando si tratta soltanto di una piccola statuetta, di un vetro rotto, di una bottiglia raccolta sulla spiaggia, di un bambino che decide di fare la propria parte, di un gruppo di ragazzini che suona in una strada, di un nome della memoria che qualcuno propone perché non venga dimenticato.

È questo, forse, il piccolo grande racconto che Oliveri sta costruendo.

Non un paese perfetto. Non una comunità senza problemi.

Ma una comunità che prova a trasformare le parole in gesti.

E forse è proprio questo che rende quei reel così seguiti e quella scrittura così riconoscibile: dietro ogni racconto non c’è soltanto la comunicazione di ciò che è accaduto.

C’è un’idea di comunità.

Una comunità nella quale il sindaco racconta, ma soprattutto invita gli altri a partecipare.

Una comunità nella quale i cittadini suggeriscono i nomi della propria memoria.

I ragazzi mostrano ciò che sanno fare.

I bambini diventano protagonisti.

Gli adulti danno l’esempio.

E qualcuno, davanti a una teca vandalizzata, invece di limitarsi a indignarsi, si ferma e la rimette a posto.

Oliveri insegna con piccole dosi di esempi.

Non con grandi proclami.

Con una statuetta ricomprata.

Con un vetro da sostituire.

Con un sacchetto di rifiuti raccolto.

Con una chitarra suonata a dieci anni.

Con un bambino che insegna agli altri come si tiene pulita una spiaggia.

Con centinaia di cittadini che provano a decidere insieme chi merita di diventare memoria.

Sono piccoli gesti.

Ma messi uno accanto all’altro diventano qualcosa di molto più grande.

Diventano cultura.

Diventano educazione.

Diventano comunità.

E forse, alla fine, anche una piccola lezione per tutti noi:

il mondo non cambia sempre con i grandi gesti. A volte comincia semplicemente da qualcuno che vede qualcosa che non va e decide di fare la propria parte.

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