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Ritratto di Nino Pino Balotta ‘barcellonese illustre’, a cura del Prof. Carmelo Aliberti

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Riceviamo e pubblichiamo integralmente uno scritto del Prof. Carmelo Aliberti sulla figura di Nino Pino Balotta, barcellonese illustre. 

Nino Pino (pseudonimo di Nino Pino pBalotta) nacque a Barcellona (ME) nel 1909. Dagli iniziali studi di medicina generale passò a quelli di medicina veterinaria, laureandosi nel 1930. Studiò pure scienze politiche all’Università di Perugia. Nel 1938, il volumetto “Tifo sportivo e i suoi difetti” fu sequestrato e messo al bando dal Minculpop. Aderente al MovimentoMovi-mento Anarchico Libertario, sotto il regime fascista fu arrestato e processato più volte. Nel 1948 fu eletto deputato al Parlamento Nazionale e rieletto ininterrottamente, fino al 1963, come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano. Fu docente di Zootecnia generale e direttore dell’istituto omonimo di Messina, Facoltà di Medicina Veterinaria. Pubblicò in lingua le raccolte: Sciami di sparse parole e Altalene, che risentono di influssi futuristi, confluite in “Moli protesi” (1966). Con la raccolta “Mminuzzagghi” vinse il Premio Viareggio 1956 per la poesia in dialetto. Altra sua raccolta in dialetto: “Voga voga marìnaru” (1970).

Fin dagli anni giovanili, coltivò idee libertarie e progressiste, che affinarono la sua sensibilità umana, divenendo la sorgente segreta della sua attività letteraria quando, ancora giovane veterinario, incominciò a esercitare la sua attività presso le mandrie dei pastori dei monti Peloritani, attorno al piccolo paese di Bafia, nel Comune di Castroreale. Lì si viveva una condizione di vita arcaica, pura e ricca dei valori della civiltà agropastorale, quali lo spirito di sacrificio, il culto del lavoro, il rispetto reciproco, la sacralità della famiglia e della fede, silenziosamente vissuta nell’idillico rapporto con la natura. Come egli stesso raccontava quando nella Biblioteca Civica del Comune di Barcellona partecipò alla fondazione del Gruppo ’67 (un vero cenacolo, che riuniva al banchetto della poesia giovani desiderosi di leggere e commentare i loro componimenti, nella linea estetica di un puro lirismo, ispirato alla centralità di un nuovo umanesimo), gli anni trascorsi a contatto con il mondo pastorale furono felici per lui, in quanto poté spenderli in quell’ambiente arcaico, al servizio di persone semplici, dai molti bisogni e prive di vitali conoscenze umane e professionali, emarginate dal circuito della modernità.

In quell’ambiente aveva trovato un’oasi di calore umano, di serenità interiore, del sacrificio di un lavoro duro e di rinunce, ma in cambio quelli erano veramente uomini, che sapevano affrontare da soli tutte le difficoltà di una vita, lontana dal consorzio umano, dove regnavano avidità, invidia, egoismo, falsità, inganni, sopraffazioni, razzismo sociale, immoralità, mercimonio della coscienza, cruenti scontri ideologici e fra il denso verde della natura in cui si adagiava la pace sotto la cupola azzurra del cielo, Nino Pino beveva i sorsi di un’altra vita, dove durante la guerra brutale non si avvertiva lo strazio della carne umana, né l’urlo delle madri che assorbivano l’ultimo rantolo dei figli, massacrati dalle armi nemiche. Anzi, il suono del flauto, dell’organetto a bocca, il taglio stridente del suono del marranzano, l’assaporare il tono gentile delle voci sorridenti e l’avvicinarsi di quegli uomini-eroi con il cuore in mano che interpretavano la vita e la fatica come un atto d’amore, penetrarono profondamente alle radici del suo essere, fecero maturare nel giovane veterinario una coscienza umanitaria che, poco dopo, sbocciò in lui come ideologia in lotta al fianco e in difesa degli uomini che spesso erano costretti ad inginocchiarsi davanti al libidinoso sadismo dei più forti e dei ricchi che ritendevano di poter comprare tutto con il luccichio ramoso della moneta. Tra quelle creature, che sudavano e dormivano sul letto di felce nei pagliai cullati nelle braccia della luna o delle stelle ammiccanti di sorriso, custodi fedeli del riposo dei loro “figli”, Pino presto comprese la vera statura interiore di quegli uomini che, durante il pascolo degli ovini e dei caprini, assisi su una collina, accompagnavano con il suono lamentoso degli strumenti musicali, il canto di Pier delle Vigne, la dolorosa storia del segretario di Federico II di Svevia, che preferì suicidarsi, anzicchè presentarsi davanti all’imperatore nelle vesti del traditore, come era stato accusato dagli invidiosi del Palazzo che, intolleranti delle grazie che il segretario godeva nel cuore del Sovrano, lo accusarono di fellonia e di tradimento, per toglierlo di mezzo. Dante Alighieri lo incontrerà nel suo viaggio purificatore nella selva dei suicidi, avvolti nel fusto e nelle fronde degli alberi e il segretario-poeta, appena il Sommo Vate strappò un lembo di ramo dall’albero, fiottò sangue assieme alle lacrime e al sangue, supplicando il viaggiatore di riabilitare il suo nome nel mondo, infangato dalle subdole accuse dei nemici, perché, lui che teneva “ambo le chiavi del cuor di Federico”, fu sempre zelante e fedele servitore del suo Signore, che era una nobilissima persona, come i poeti che egli allevò alla sua corte.

Nino Pino, dapprima rimase stupefatto nel sentire sibilare dalla bocca dei pastori analfabeti quel canto sublime d’amore e di fedeltà, tanto da rinunciare alla propria vita, per non subire l’onta del marchio ingiustificato del tradimento. Pino non immaginava che quel canto lacerante fosse conosciuto bene in quel regno di animali e di uomini reclusi nella dentiera delle montagne, ma la sua ammirazione per loro lo invase, fino a sentire il bisogno di trascriverlo per poter testimoniare e ricercare il segreto di quella presenza storico-canora che aleggiava in una terra lontana da ogni possibilità di comunicazione con una realtà lontana. Avvertì di riflettersi in quelle anime pure e, allontanatosi da quei luoghi per iniziare la sua attività universitaria, scelse responsabilmente di combattere sempre per i diritti degli “abbandonati” al cieco destino di sofferenza e di morte.

L’IMPEGNO POLITICO E CULTURALE

In tale contesto di molteplici privazioni, egli consolidò la sua visione della vita e maturò consapevolmente la scelta esistenziale della lotta per la redenzione dei diseredati, di quei cittadini ignorati dalle istituzioni e conosciuti solo all’anagrafe per l’esosa esazione fiscale o per la coscrizione obbligatoria. Allora incominciò a intraprendere la via dell’impegno politico, sotto la spinta di una naturale ideologia di sinistra, senza catene partitiche, ma in sintonia con il Movimento Anarchico Libertario e in opposizione al Fascismo. Per il suo testo antifascista “Tifo sportivo e suoi effetti”, subito sequestrato, come già sappiamo, dal Minculpop, subì le angherie del governo fascista. La sua fama di coraggioso antifascista incominciò a crescere, fino a diventare per il mondo operaio della sua città, e dell’intero territorio, un punto di riferimento ideale. In un ambiente estremamente conservatore e molto legato all’istituzione ecclesiastica (che, però, era viva nel cuore della gente), nel 1947, durante una processione del Santo Patrono della Città del Longano, Nino Pino aggredì violentemente il prete celebrante per un gesto lesivo della dignità dei parrocchiani. Per tale suo atto. Pino subì la prigione, ma ciò aumentò la sua popolarità, tanto che l’anno successivo, nel 1948, fu eletto deputato al Parlamento Nazionale come indipendente di sinistra nella lista del PCI. Con un vasto consenso popolare.

Il suo rapporto con la politica di sinistra non fu sempre lineare, perché egli, spirito profondamente libero, non sopportava il burocraticismo, anzi il monolitismo di ogni sistema gerarchicamente strutturato, sia ecclesiastico che partitico; perciò, pur rimanendo sempre legato “naturaliter” a quel microcosmo di povertà conosciuto nella giovinezza, non si asservì mai a direttive imposte dall’alto, ma incominciò a spaziare verso orizzonti più vasti e liberi, fino a diventare il Presidente del movimento anarchico-francese, a cui rimase fedele fino alla morte, avvenuta a Barcellona nella caldissima stagione estiva del 1987. Intensa fu la sua vita culturale e professionale. Fu professore di Zootecnia generale nell’Ateneo messinese, dove fondò, nel 1958, la Rivista “Zootecnia e Vita”, con l’obiettivo di coniugare sviluppo scientifico e cultura umanistica. Tale obiettivo egli riuscì a realizzarlo pienamente: infatti, chi sfoglia le pagine di quella benemerita rivista, scopre non solo il poeta e il critico severo, ma anche lo scienziato, in quanto, con notevole anticipo sulle recenti blaterazioni pubblicitarie, dimostrò con esperimenti di laboratorio la nocività di tanti prodotti alimentari manipolati: dal latte scremato agli oli di semi e a tanti altri prodotti, sofisticati dalla industria alimentare per aumentare i profitti. Ma nelle pagine della rivista. Pino ospitò anche studi, ricerche e approfondimenti riguardanti vari campi del sapere, riscuotendo consensi e collaborazioni internazionali, tanto che, per i suoi tanti meriti, fu nominato accademico di Francia. Un particolare spazio egli riservò ai giovani scrittori e poeti, dei quali alcuni, così incoraggiati, maturarono una vocazione letteraria durata l’intera vita. Instancabile fu la sua attività culturale in Italia e in Europa. A Messina, assieme a intellettuali e studiosi come Salvatore Pugliatti (poi Rettore dell’Università), il poeta Antonio Saitta, Giulio Palumbo, Vann’Antò, Nino Leotti e altri illustri autori, fu animatore dell’Accademia della Scocca, che aveva sede nel Fondaco, galleria d’arte presso la libreria O.S.PE. (gestita dal poeta Antonio Saitta), dove venivano accolti e valorizzati scrittori, poeti e artisti che rendevano la Città dello Stretto culturalmente molto attiva e ricca.

Dopo la morte di Vann’Antò, gli amici gli dedicarono l’omonimo premio, che in Nino Pino ebbe uno degli animatori più operosi. Pino curò il risveglio della cultura anche in alcuni Comuni della Provincia: organizzò, con gli amici del Fondaco, mostre a Rodi Milici e fu tra i più fervidi collaboratori del Premio “Città di Mineo”.

L’ATTIVITA’ POETICA

Fin da giovane, come si diceva, il nostro autore coltivò la poesia in lingua e in dialetto, ottenendo nel 1956 il Premio Viareggio con la raccolta “Mminuzzagghi”, che riflette la coscienzaco-scienza sociale di un uomo che ha lottato per il rinnovamento della società. Nel 1970 ha dato alle stampe “Voga voga marinaru”. In lingua ha pubblicato: “Sciami di sparse parole” (1939), “Altalene” (1951), “Moli protesi” (1966). E stato anche autore di teatro “U tamburu” (1976) e di saggi critici: “Sul dialetto siciliano” (1955), “Tre profili” (1963), “Amori di Sicilia” (1979). La sua produzione in lingua accoglie temi di respiro universale, come quello, dominante durante la guerra e il dopoguerra, del male di vivere che, con arti-colazioni e motivazioni diverse, permea la poesia più alta del primo Novecento, mentre temi di carattere sociale prevalgono nella produzione dialettale, dove protagonisti sono spesso le creature più indifese e sofferenti, e per la quale egli utilizza forme vive, “parlate”, talvolta gergali, del dialetto, soprattutto di quello diffuso nell’area tirrenica del messinese.

Il lessico, pure essenziale, traduce in immagini suggestive le angosce esistenziali della solitudine dell’uomo e “U duluri” (il dolore) del cuore. Spesso il poeta utilizza la ballata, ma essa, come avverte l’autore, trae spunto da filastrocche, cantilene, mottetti popolari, le cui radici risalgono agli antichi poeti greci e latini, o ai trovadori e alle canzoni popolari dei cantastorie, e non funge da intonazione folclorica, ma è lo strumento espressivo scelto dal poeta per la sua predilezione umanistica, per più verosimilmente “cantare” il modo di vivere e di sentire del mondo a lui tanto caro. Figura di intellettuale dagli interessi eclettici, Nino Pino ci ha lasciato una produzione poetica sorretta da un supporto ideologico rivoluzionario, vissuto con spirito e atti di forte coerenza, alla ricerca di ragioni di uguaglianza e di giustizia in un contesto fatto di immobilismo, di pregiudizi e di laceranti disparità sociali. Si tratta, anche per lui, della elaborazione concettuale ed etica di un nuovo umanesimo, vento di aspirazioni e di ispirazioni palingenetiche, proiettato verso il riscatto della sua Isola e dell’intera umanità offesa, all’insegna di una fede nel materialismo scientifico e nel laico progresso civile dell’Umanità. I testi poetici di Pino, pertanto, oscillano tra le visioni mitologiche delle tradizioni e dell’inventività popolari, e gli angusti orizzonti e la pena quotidiana di vivere in un contesto comunitario di prevaricazione e di disuguaglianza istituzionalizzata, ora urlata con rabbia ideologica tradotta nel graffio folgorante dell’ironia, ora contenuta da scelte linguistico-espressive improntate a toni lirico-elegiaci.

FUTURISMO E PLURILINGUISMO NELLA POESIA DI NINO PINO:

La produzione poetica tra italiano, dialetto e vernacolo

Nino Pino pubblica il primo volume di versi, “Sciami di sparse parole” (Quaderni di Poesia, Milano) nel 1940 e, con la sottotitolazione di alcuni testi con il termine “fotopoesia”, che deriva dalla poetica dell’“aeropoesia” del terzo tempo del futurismo il cui manifesto è del 1931. La sua adesione al movimento di Marinetti è tardiva, da quando incominciò a collaborare con la rivista romana “Nuovo futurismo”, degli anni 1933-35. Giuseppe Miligi dice di Vann’Antò (La vicenda futurista di Vann’Antò”) sostiene che la sua adesione al futurismo non fu “spontaneistica, ma una meditata scelta” per motivi di svecchiamento e di innovazione letteraria. Ma se di “meditata scelta” per l’adesione ai codici futuristi si può parlare di Vann’Antò, non altrettanto si può fare per Pino. Per Vann’Antò giustamente Salvatore Pugliatti distingueva tra gusto “simbolistico” e “immagini futuristiche”, concludendo a favore di un “apporto tecnico” attraverso gli elementi linguistico -retorici che elenca diffusamente (prefazione a “Il fante alto da terra” Scheiwiller, Milano, 1975). Per Pino, l’opzione futuristica fu spontanea, essendo insita nella sua costituzione psicologica. La spinta alla ribellione del suo temperamento psichico gli ha fatto rintracciare tutti quei mezzi “tecnici” e quei modelli che più s’adattavano alle proprie finalità, come ha ben visto Giacinto Spagnoletti: “Senza mai costituire un alibi, il Futurismo non fu per lui una semplice cooptazione letteraria, ma al contrario una scelta molto responsabile verso un movimento […] libertario e anticonservatore. E d’altronde non poteva essere che un proprio futurismo quello a cui s’indirizzava il Pino” (Tra futurismo e antifascismo: “Il caso di Nino Pino”, “Otto-Novecento”, VI, gen.-febbr. 1982, p. 261). Pino, infatti, aveva per così dire a portata di mano, nel proprio habitat vitale, il “nutrimento” culturale di cui si servì, a cominciare dallo stesso Vann’Antò, il quale (come afferma nella sua tesi di laurea del 1914) aveva aderito al futurismo con deciso “distacco critico” (Pino aveva assistito persino a una lezione di questo futurista, quando aveva sostituito un professore assente, durante la quale Vann’Antò prese lo spunto dalla lettura dei quotidiani). L’analisi di Miligi descrive quell’habitat (nel settembre del ’13, Marinetti era piombato a Messina con il suo stato maggiore – Cangiullo, Mazza, Settimelli, Corra, Jannelli e Rino – per recitare al Mastroieni la pièce “Elettricità”, subito dopo la prima di Palermo; Francesco Carrozza aveva costituito i “Fasci Futuristi” e poi con Jannelli e Nicastro a Messina, e con Vasari a S. Lucia del Mela, aveva dato vita a un molto attivo cenacolo. “Gli anni messinesi” di Giorgio La Pira, (Scheiwiller, Milano, 1980, pp. 26-27). Lo stesso Pino ricorda di aver assistito alle abbuffate di pesce fritto e vino che la brigata futurista faceva di frequente a Castroreale Terme (Messina). All’istintivo approdo iniziale al futurismo, Pino fa comunque seguire la presa di coscienza critica, per la propulsione eversiva e innovativa del movimento. Come afferma nell’intervista a Francis Gastambide: “Giovane mi sono appassionato al Movimento Futurista ed ho goduto della immeritata considerazione di Filippo Tommaso Marinetti. […] Ma quando poi si è intruppato e divenuto ‘fascismo’ e ‘marinettismo’, l’ho criticato” (“Nino Pino: “l’homme l’ouvre et l’universalité de l’Amour”, Paris, S. Germain- des-Près, 1972, p. 328). Nella raccolta del ’40 ci sono quattro testi che contengono arcaismi, forme anchilosate, passatismi attardati, parole tronche che l’autore giustifica come testi degli anni 1926-1929, e quindi alla fase prefuturista.

In “Sinfonia delle quattro stagioni”, incominciano ad affiorare libertà metrica e grafismi, (come in “Aviere”: “Libel / lu / la // ronzante”) “parole in libertà” (come in “Momenti in auto”: “Ondeggiare tentennare rumoroso la macchi-/na cocciuta persiste ha febbre / febbre e va”) e si dispiega il ribellismo metrico-sintattico. Ma il fiammeggiare lirico-emotivo di Pino trova poi il suo inconfondibile spazio espressivo nella ricerca fonica. Si va dall’onomatopea (“Rrrooommm zig zag baleno di qua di là / trrrooommm”, in “Aviere”: “Soordoo – Brooonnntola –frastuuuooono”, in “Maltempo in campagna”) alla ripetizione (“Gorgheggi gorgheggi stillano stillano”, in” Usignolo notturno”), all’uso di rime e assonanze che hanno tutte la funzione di suscitare emozioni musicali. Sarà infatti lo stesso Pino a dichiarare: “Tutta l’immensità che ho nel cuore / vorrei cantare”, in “Il canto del pazzo”, lirica che argina ogni sensazione fonico-auditiva con l’antitesi “sghignazzata-singhiozzo”. Le allitterazioni, l’impiego di formule stilistiche esterofile, di neologismi (“mammellonate, spiralante, anginoso”). I “topoi” tecnico-stilistiche resisteranno, o si affievoliranno del tutto, nelle successive raccolte in lingua (“Altalene”, Collana di Misura, Bergamo, 1951; “L’epopea di Gagarin”, Sabatelli, Genova-Savona, 1963; “Moli Protesi”, Edikon, Milano, 1966). Le varie tecniche del futurismo sono servite a Pino per dar voce all’accidentato percorso esistenziale dei “padri” l’onda gigante […] d’eternità di musica, di gorgheggi melodiosi, d’armonia che rumoreggiava in sé. E poiché la lingua dei padri era cristallizzata in stereotipi immobili occorreva renderla musicale cancellando i canoni metrico-lessicali-grammaticali della tradizione. Ma il rinverdimento della lingua della comunità dei propri antenati potrà realizzarsi con la ripresa del dialetto della piana di Milazzo-Barcellona e non quello sofisticato delle classi borghesi e mediatrici fra aristocrazia e popolo. In questa particolare parlata locale Pino pubblicherà, nel 1956, la raccolta di liriche Mminuzzàgghi, con un apologetico saggio sul dialetto siciliano, cui fu assegnato il Premio Viareggio (Trinacria) per il dialetto. Gli scarti si fanno più personalistici nelle scelte lessicali (es. àbbiru, rummicari per “rosicchiare”) e sul piano semantico del lessico. Spesso i parlanti non capivano il senso di certi termini. Secondo Aurelio Rigoli “si tratta di parole di un tempo, le uniche atte a darci le immagini di un tempo, quelle che Nino Pino sa ancora cogliere nelle sue sillogi” (“Zootecnia e Vita”, Messina, n° 2 dell’apr.-giugno 1971, p. 23). Anche se non si può non rilevare che, se la “parlata locale” doveva avvicinare il “popolo dei fratelli”, con termini inconsueti sfuma il rapporto comunicativo dei significanti con i destinatari popolari. Ci sono forme stilistiche confondibili con “traduzioni” sommarie (es. “il mistero dell’al di là” reso con ‘u mistéru ‘i dda parti). Il fatto è che dei ventuno testi di “Mminuzzàgghi” solo dodici sono quelli che non trovano riscontro nella precedente produzione in lingua; gli altri nove sono, invece, liriche tratte da “Sciami di sparse parole” (due da “Moli protesi”). E poiché ci sono anche i testi Marinara e Inter-rogando, della produzione “tradizionale” degli anni 1926-29, ciò dimostra che egli ha reso nel “suo” vernacolo testi nati in italiano da molto tempo. Come conclude S. Spadaro (Futurismo e dialetto in Nino Pino”, in “Arenaria”, n° 7 – 2015), questo limite non esiste nei testi di “Voga voga marinaru”, perché composti direttamente in vernacolo, e forse la raccolta più riuscita di Pino. La successiva opera, “U tamburu”, è una “trasposizione culturale” in forma teatrale con uno “spirito diverso” – come dice lo stesso autore – del Nô giapponese “Il tamburo di panno” di Zeami Motokijo, commissionatogli dal regista e critico Rocco Familiari, che ne curò poi un allestimento scenico nel gennaio 1976 (la pièce è stata più volte radiodiffusa nel 1974 e nel 1975), ma scritta alcuni anni prima. Anche in tale lavoro Pino ha esercitato il suo espressionismo fonico-linguistico in vario modo. Lo studioso Spataro cita come allitterazione l’urnu rribba rribba si rruddulìa, “lo stagno voltola lungo le sponde”. I due registri linguistici della poesia di Pino, quello futurista e quello vernacolare, obbediscono alla stessa esigenza di captare il flusso dell’interna onda emotiva in maniera innovativa e progressiva, cercando di attingere alle radici linguistiche di quel “popolo dei fratelli” a lui tanto caro a quel proletariato, nuova emergente vittima della storia, di cui si proponeva di salvare il linguaggio puro, attraverso cui poter comunicare e sostenere sogni di lotta e di redenzione sociale, dopo il rifiuto del mondo dei “padri”, ormai prigioniero di valori sommersi e di parole vuote, che il poeta-politico e scrittore, visceralmente sensibile alle sofferenze dei popoli oppressi da ogni forma di totalitarismo, si proponeva di educare all’autoriscatto anche con l’arma della parola poetica vernacolare.

Carmelo Aliberti

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