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“Di scarpe e altri dèmoni” Parte Seconda

Non sempre una radiografia può bastare per fare chiarezza rispetto a un dolore o a una costellazione di sintomi. Per anni ho dovuto fare i conti con una sofferenza invalidante che aveva colpito la mia caviglia destra. All’inizio ho pensato che si trattasse di un male momentaneo e mi sono rassegnata a cambiare tipologia di scarpe, ho messo da parte le décolleté da vamp, e anche quelle eleganti con un particolare bizzarro e, ahimè, quelle classiche con tacco mediamente alto, che comunque mettevano in bella mostra le mie due ali tatuate sulla caviglia sinistra. Sì, anche io ho ceduto alla lusinga del tatuaggio, ne ho uno discreto: le ali di Ermes, quelle che pur non rendondomi messaggera degli Dèi, mi consentono di fare voli di una certa portata. Per forza maggiore, e soprattutto per zoppicare in modo meno vistoso e controllare il dolore, ho cominciato a utilizzare le sneakers. Prima di allora non ne avevo mai comprate, non le avevo mai nemmeno considerate ma, ubi maior minor cessat, ho ceduto. Detto fra noi, anche quando ho iniziato a comprarle, le trovavo brutte e insignificanti, nonostante scegliessi quelle un po’ più stravaganti o con qualche particolare. Per contrastare la mediocrità, ho cominciato a comprare dei lacci di colore diverso rispetto alla scarpa, lacci rossi su sneakers color sabbia, lacci di corda, di raso. Comunque, non si può spaziare poi così tanto, e io non ero felice delle mie scarpe. Ma soprattutto non ero felice di portarmi dietro quel dolore al quale né ecografia, né radiografia, né infiltrazione di cortisone, né cicli di fisioterapia riuscivano a dare diagnosi e sollievo. Solo casualmente sono venuta a conoscenza dell’esistenza dello specialista di piede e caviglia, ce n’è uno bravissimo a Messina, bravissimo non solo perché ha individuato il mio problema, un’algodistrofia presto confermata da una risonanza magnetica, ma perché ha un corteo di pazienti ed ex pazienti che lo venerano. Bene, alla diagnosi ha fatto seguito la cura adeguata e il mio problema alla caviglia destra è stato parzialmente risolto, se non altro ormai so come gestirlo. E le scarpe? Vi piacerebbe sapere se sono tornata ai gusti di un tempo?
Non ve lo dico. Tanto, però, dovrebbe bastare per riportarci con i piedi per terra, per farci comprendere che quando guardiamo le scarpe di una donna dobbiamo volare basso, accantonando ogni pretesa interpretativa, perché dietro alla scelta di un modello possono esserci mille ragioni che poco hanno a che vedere con i gusti e le inclinazioni sessuali, con il desiderio di apparire o quello di passare inosservata. La scarpa, superato il tempo in cui si tornava a casa con le piaghe pur di indossarne una “esagerata”, a un certo punto della vita ci appare per quello che realmente è, un accessorio che anche quando è elegante e ricercato, deve comunque essere comodo, deve avvolgere il piede e portarci a spasso nella vita.

E, mentre l’altro giorno andavo comodamente a spasso nella vita di questa mia fase acese, mi sono imbattuta in una bottega di quelle di un tempo, una botteguccia da calzolaio. Attaccata al vetro, una scritta: meglio riparare che buttare. Che meraviglioso slogan fuori dal nostro tempo!
Un calzolaio è una rarità dalle nostre parti, e non credo solo dalle nostre, ancora di più se si tratta di una calzolaia, un’avvenente signora bionda, sui cinquant’anni. Una calzolaia figlia di calzolaia, una tradizione tramandata di madre in figlia, non per insegnamento esplicito, ma per imitazione e, forse, vocazione. La signora ha due figli maschi che non sono interessati a continuare il suo lavoro, si rammarica di non avere una figlia. Avrebbe forse voluto insegnarle l’arte della riparazione delle scarpe? Che poi, parlare di riparazioni nel caso della signora in questione, è sicuramente riduttivo. Lei, nel corso di un’infanzia caratterizzata da ristrettezze economiche, è stata abituata a perfezionare le sue doti di problem solving e, oggi, sulle scarpe compie dei veri e propri piccoli miracoli. Mi raccontava che le hanno portato un paio di scarpe di una signora novantenne che doveva andare al matrimonio della nipote. La signora, affetta da dita sottoposte, non avrebbe mai potuto sopportare le sue scarpe chiuse, oltre che nuove, per tutta la durata della cerimonia, le ha quindi chiesto una soluzione per rendere meno doloroso un giorno a cui teneva in modo particolare. La calzolaia bionda non si è persa d’animo e, pensa e ripensa, ha trovato la soluzione praticando due fori in corrispondenza delle dita sottoposte e coprendo poi i fori con dei fiocchi. Non ho visto le scarpe ma, a quanto pare, la cliente è rimasta soddisfatta e si è goduta il matrimonio della nipote. È arrivata a dire alla calzolaia bionda: grazie di esistere. E tutto questo spendendo pochi euro. Magari si potesse trovare un successore alla calzolaia di Acireale! Se non altro si potrebbe conservare una figura in via di estinzione, e con lei, l’idea che abili mani possano salvare una scarpa dalla triste sorte che le spetta nella nostra era consumistica o, comunque, risolvere il piccolo grande problema di una nonnina.
Assodato che proteggere la categoria dei ‘dottori della scarpa’ dovrebbe essere un impegno concreto, non solo per attaccamento al passato ma per una forma di rispetto in generale, l’era consumistica è un dato di fatto, e ciò è documentato da tutte le nostre abitudini, non ultima quella di possedere un numero di scarpe che eccede di gran lunga il nostro bisogno. E dire che non è passato poi così tanto tempo da quando si possedevano al massimo due paia di scarpe: quelle per uscire e quelle per casa. A noi piccoli cresceva il piede e la scarpa, se non eccessivamente logora, passava al figlio più piccolo; ai grandi si consumavano le scarpe, e per consumate si intendeva che non era più solo questione di risuolarle e ricucirle in qualche punto, ma che erano proprio rovinate: sformate, assottigliate e forse anche bucate. A quel punto si sapeva che era arrivato il momento di affrontare la spesa delle scarpe nuove.
Adesso che di scarpe se ne possono avere tante, e che sono diventate un po’ il simbolo del nostro benessere, ci si può anche permettere di analizzare la nostra necessità di abbondanza e anche il nostro rapporto con esse.

Vero Madia, insegnante di hip hop a Porto Garibaldi, in un commento al primo numero dedicato alle scarpe, ha voluto raccontarci cosa rappresentano per lei: Da compratrice compulsiva di scarpe dico sì, spesso, anzi quasi sempre, si compra senza una reale necessità ma solo per dare un “piacere” (tra molte virgolette) all’anima, e citando la frase di una famosa pubblicità dico “toglietemi tutto, ma non le mie scarpe!”

Non sono una persona materialista, ma sono dell’idea che esse siano uno dei biglietti da visita di una persona, indipendentemente dal suo sesso, e ogni paio che possiedo (almeno nel mio caso) rappresenta un pezzettino di me stessa e del mio cuore; rappresentano pezzi del mio passato dal quale non riuscirò mai a separarmi e il solo pensiero di non averle più tra le mie mani mi reca disturbo…
Reputo le scarpe un oggetto fondamentale per la vita quotidiana, sono quelle che ci sostengono, che ci alleggeriscono le vicissitudini di tutti i giorni, nei vari tran tran e ci aiutano, talvolta, a migliorare problemi di salute legati a gambe e piedi.
Le pratiche sessuali che riguardano i piedi e le scarpe stanno prendendo piede tanto quanto si sta evolvendo l’uomo in questo stesso ambito; il sesso e le sue pratiche non sono più un tabù come qualche decennio fa, e di conseguenza ciò che prima era segreto e fantasia di pochi ora ha più possibilità di emergere… a pensarci, chi non ha quella particolare fantasia potrebbe apprezzare poco questa forma di erotismo, ma “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”.
Le scarpe restano e saranno sempre un oggetto particolare e stravagante, che soddisferà i desideri di tutti, dai più sobri a quelli più strani o eccitanti.
Santo mio marito che pur di accontentarmi e contenere la mia quantità infinita di scarpe mi ha realizzato una cabina armadio solo per loro!

Direi che le scarpe, viste da una prospettiva di questo tipo, sono sicuramente molto più che un accessorio necessario e funzionale, esse vengono caricate di significati ed entrano a far parte della sfera emotiva di una persona. Diventano il simbolo di qualcos’altro, la parte concreta di un evento o di un ricordo, un oggetto da curare e custodire gelosamente, una sorta di gioiello. Non è un caso forse se, a un certo punto, l’industria della scarpa ha introdotto nel mercato il sandalo gioiello. Concretamente è tale per la preziosità dei materiali, per la brillantezza e per l’estrema eleganza, in senso metaforico lo è per le ragioni espresse da Vero Madia.

Anche Mirella Bonora, mamma di Ferrara, mostra di avere le idee chiare su ciò che è la scarpa a parte quello che sappiamo e sulle ragioni che ci portano a scegliere:… io dico sempre che con la scarpa giusta arrivi ovunque e questo non solo in senso letterale. Per gli uomini, forse, no, ma per noi donne non c’è scarpa che non si calzi senza una ragione (oltre a quella funzionale). Anche dietro alla ballerina comoda così come alla sneaker c’è una filosofia, una dichiarazione di diritti… dietro a un tacco 12, quasi sempre, una dichiarazione di guerra (anche solo alla banalità).

Per gli uomini no? Chissà.
A proposito di guerra, poi, l’affermazione di Mirella in un certo senso rimanda a una notizia di questi giorni che riguarda una parata militare di soldatesse ucraine che, in modo del tutto inedito, sfilano con i tacchi invece che con i soliti stivali. La notizia, come era ovvio che fosse, ha acceso mille polemiche, la scelta è stata ritenuta quasi oltraggiosa, a me resta la curiosità di comprendere di chi sia stata l’idea e cosa possa aver mosso una idiozia di tali dimensioni.

Le soldatesse ucraine con i tacchi alla parata. È polemica: “Vergogna” – ilGiornale.it

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