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“Gin, Vodka e Gentilezza”

Un gesto gentile può sorprendere al punto da spingere chi lo ha ricevuto a fare un appello sulla pagina fb locale per poter ringraziare, ancora una volta e pubblicamente, la sconosciuta che lo ha compiuto.
Niente di sensazionale. Una pioggia improvvisa sorprende una donna all’uscita da lavoro, un’auto procede nel senso di marcia opposto, al volante un’altra donna che, accortasi della malcapitata, fa una breve retromarcia, sufficiente a porla in parallelo alla donna a piedi, abbassa il finestrino e le offre un passaggio. La donna a piedi, non equipaggiata per la pioggia e quindi già zuppa, accetta; le due scambiano poche battute, a fine tragitto sanno pochissimo l’una dell’altra, a parte il nome.
L’episodio finisce qua.
Eppure, la donna a piedi non riesce a non pensare con gioia alla donna dell’auto e al suo gesto estremamente gentile, fra l’altro casa sua era anche nella direzione opposta a quella dell’auto in marcia. Gioia e stupore che persistono. Quanto accaduto genera una sorta di ebbrezza, la stessa che si prova dopo aver bevuto un bicchierino di troppo. Ubriacatura da gentilezza. Il bello del sentirsi brilli, senza gli effetti collaterali della sbornia.
Di sicuro una situazione del genere, in tutta la sua semplicità, darebbe gioia a chiunque, certamente a chi ha ricevuto il gesto indubbiamente gentile, ma anche inaspettato. Gioia resa più grande dall’inusualità, dal fatto che non siamo così abituati a questo tipo di gratuità. Non sono cose che capitano tutti i giorni! Forse non siamo nemmeno tanto abituati a compierne di gesti generosi e disinteressati. E dire che anche per chi agisce atti di questo tipo c’è un importante ritorno in termini di benessere; essere gentili, infatti, fa bene alla mente, dà soddisfazione, migliora l’umore e limita lo stress. Questo a livello personale. Nelle relazioni, poi, gli effetti possono anche amplificarsi, perché la gentilezza tende a ridurre i conflitti che se è vero che non sempre si risolvono, se non altro possono essere gestiti in modo meno aggressivo e carico di sofferenza.
Bene, esposti gli effetti positivi della gentilezza, è doveroso dire che non possiamo alzarci una mattina con la determinazione di essere gentili, perché se non possediamo quel quid, non riusciremo a esserlo nemmeno sforzandoci tanto tanto, semplicemente perché non è così che funziona. No no. La gentilezza è una disposizione interiore, maturata nel tempo e rinforzata dall’ambiente. È un’impronta che segna ogni azione di chi si muove nel mondo in modo gentile. È un approccio agli eventi, anche a quelli sgradevoli, che caratterizza prevalentemente le persone che sin da bambine hanno respirato quel clima. Questo non significa vivere nel paese delle meraviglie, né essere risparmiati da fatti spiacevoli e dai problemi di tutti i giorni; né, tantomeno, da ricevere qualche batosta a causa di quella stramaledetta gentilezza. Significa essere calati nella realtà e consapevoli che la maleducazione e l’aggressività non cancelleranno il nostro disappunto e le nostre disgrazie ma, semmai, ci porranno in una situazione ancora più scomoda e contribuiranno ad accrescere la nostra infelicità.
Prendendo le distanze da un determinismo vecchio stampo che presuppone una rigida linearità fra gli esempi ricevuti e i comportamenti agiti, e volendo indugiare in un possibilismo che accende la speranza, ammettiamo che la gentilezza possa fiorire anche laddove non la si è conosciuta come modello ricorrente, perché ciascuno di noi può essere incline a qualcosa in virtù di una spinta impulsiva o per un rifiuto del modello in questione. In questo ultimo caso, però, e poiché non tutto può essere guidato dall’istinto, occorrerà che i fatti della vita spingano nella nostra direzione. Chissà, magari grazie a degli incontri significativi con persone gentili, o a una lettura in cui il protagonista compie un gesto gentile che colpisce in modo particolare o, semplicemente, per il desiderio di essere diversi da ciò che l’ambiente si aspetta da noi e da ciò che abbiamo intorno.
Trattando un simile argomento, risulta arduo non parlare del luogo in cui, con maggiore evidenza, si registra una certa crisi della gentilezza, in cui si manifestano tutte quelle modalità che stanno in antitesi a essa. Ci riferiamo ai social, il paradiso dell’arroganza e della maldicenza, il luogo in cui proliferano tutti quei comportamenti improntati alla derisione e all’accusa senza via di scampo, terreno fertile per sfogare frustrazioni e per esprimere rabbia, per rivendicare il primo posto nella corsa al sotuttoioetuseiuncretino.
Basta entrare in un qualsiasi gruppo, aperto o chiuso che sia, seguire un post ed è quasi tassativo che, quando la conversazione supera le cinque battute, ci scappi il commento maleducato o aggressivo. A quel punto ci sono diverse possibilità:
– l’aggredito si difende rispondendo a tono;
– qualcuno interviene in difesa dell’aggredito;
– l’aggressione dà vita a un incendio indomabile, e tutti cominciano a offendere tutti;
– l’aggredito tenta una timida difesa;
– l’aggredito blocca l’aggressore, segnala o esce dal gruppo.
Questo è quello che può accadere, e non importa che si tratti di un gruppo nel quale si discutono questioni politiche, o la frittura del fiore di zucca o la scomparsa delle piantagioni di cotone, dopo poche battute c’è inevitabilmente chi non riesce a trattenersi dall’aggredire, anche solo per manifestare un pensiero differente.
L’impulso a esprimersi con aggressività e cattiveria non sempre scaturisce dall’avere particolarmente a cuore una questione e dal ritrovarsi in disaccordo con qualcuno, ma da un bisogno interno, non avvertito lucidamente, ma che sta lì, in attesa del pretesto per esplodere. Forse lo si potrebbe paragonare a un orgasmo, a qualcosa di incontrollato e necessario, in questo caso distruttivo.
D’altro canto, anche se quanto descritto avviene regolarmente sui social, non è corretto attribuire a questi ultimi la responsabilità della crisi della gentilezza, poiché essi sono solo lo specchio della popolazione che li frequenta facendone il canale con il quale si presenta al mondo. I social rendono evidente un fenomeno in atto e favoriscono quelle manifestazioni che, anche se forse in misura minore, sono presenti in ogni contesto di vita. E che si manifestino anche in ambito scolastico lascia pensare che la gentilezza stia rischiando seriamente l’estinzione. Sulle possibili cause, abbiamo interpellato Loredana Pitino, da 25 anni docente di lettere in varie sedi siciliane e nell’ultimo periodo a Catania:
Apprezzo molto che se ne parli, perché è qualcosa che affligge la nostra categoria. A scuola non si respira più un clima tranquillo, non c’è garbo, non c’è rispetto. Credo che il problema sia a monte, negli insegnamenti che i ragazzi ricevono a casa. Spesso sono i genitori i primi a non riconoscere alla scuola il ruolo di agenzia educativa, oltre a svalutare la figura del docente, che considerano un impiegato al loro servizio, nulla di più. E così i ragazzi, forti della consapevolezza che i genitori saranno comunque sempre pronti a difenderli, avallando anche i loro comportamenti meno consoni, contestano in modo sfacciato qualsiasi cosa, perfino un’interrogazione. Senza contare che spesso non salutano se ti incontrano fuori dalla scuola.
Le parole della professoressa Pitino ci lasciano un po’ di amarezza, anche perché le sue affermazioni sono condivise da molti operatori della scuola. Vogliamo però mettere in evidenza come negli ultimi anni il tema della gentilezza sia stato posto al centro di dibattiti, corsi, articoli e altro. Forse perché comincia a essere chiaro, anche ai non specialisti, che avvicinarsi a delle modalità di relazione improntate all’educazione, al rispetto e all’amabilità, possa contrastare un clima che rischia di annichilirci.

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